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Esteri

MEDIO ORIENTE/ L'escusione e il non rispetto delle identità condannano il Libano alla crisi permanente

Del Libano parla JOCELYNE KHOUEIRY, cattolica, ex leader della resistenza armata libanese ai tempi di Bechir Gemayel, ora dedita ad iniziative di apostolato

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«Ciò che sta accadendo in Libano era previsto. È il risultato diretto di una politica conflittuale che non ha tenuto conto dei diritti di tutti alla partecipazione alla vita politica del paese, soprattutto durante questo periodo decisivo della nostra storia». Parla Jocelyne Khoueiry, cattolica, ex leader della resistenza armata libanese, ora dedita ad iniziative di apostolato.

Puoi spiegare la situazione delle ultime ore? Che cosa sta succedendo?

Ciò che sta accadendo in Libano era previsto. È il risultato diretto di una politica conflittuale che non ha tenuto conto dei diritti di tutti alla partecipazione alla vita politica del paese, soprattutto durante questo periodo decisivo della nostra storia. In Libano è stato «fabbricato» un potere che è ben lontano dall’essere rappresentativo, e che per poter mantenere la sua posizione ha dovuto violare in diverse occasioni la Costituzione: innanzitutto annullando il Consiglio Costituzionale, poi rifiutandosi di rifare un governo d’unità nazionale allorché i ministri sciiti si erano dimessi e ignorando la partecipazione dei cristiani maggioritari a questo governo, e soprattutto diffondendo la corruzione a tutti i livelli della vita pubblica.
Col nuovo potere il popolo libanese ha subito una delle più grandi delusioni, vedendo sviare tutta la dinamica di quella che abbiamo chiamato «la Rivolta del Cedro». Una volta che i siriani si sono ritirati, il potere libanese, rappresentato da personaggi che sono sempre esistiti solo perché sostenuti dalla forza dell’occupante siriano, s’è allineato ad una politica americana che non ha saputo soddisfare le aspirazioni di tutto il popolo libanese e che ci ha portato sino al fatale conflitto che stiamo vivendo. Inoltre, quegli stessi personaggi hanno usato un linguaggio basato sulla doppiezza, cosa che ora stanno pagando e stanno facendo pagare a noi tutti: agli americani avevano promesso il disarmo di Hezbollah, ed allo stesso tempo avevano confermato a Hezbollah (per solo interesse elettorale) il sostegno alle forze della resistenza. Alla fine si è restati lontani dalla politica onesta e giusta, ma poi arriva il momento in cui i conti devono essere fatti, e le posizioni essere scoperte. Oggi siamo davanti all’esplosione, che viene da questa logica dovuta all’esclusione. Noi siamo una società pluriconfessionale e una democrazia consensuale, l’alternativa è uno stato di crisi continua.

Qual è il significato della prova di forza voluta da Nasrallah e dagli sciiti? Che cosa vogliono ottenere?

Sappiamo tutti che Hezbollah, frazione principale dell’opposizione libanese che ha vissuto un aspro conflitto con il potere in Libano, aveva promesso di non utilizzare le armi all’interno del paese. Tuttavia aveva minacciato di essere intransigente verso chi avesse voluto togliergli le armi prima della soluzione del problema dell’occupazione israeliana nel sud del Libano. Questo accordo è stato rispettato fino al momento in cui il governo – considerato anticostituzionale dall’opposizione – ha deciso di smantellare quella rete di comunicazione militare del partito che figura, nel rapporto Vinograd, come il fattore decisivo nella vittoria di Hezbollah durante la guerra di luglio 2006, e di trasferire il comandante responsabile della sicurezza dell’aeroporto di Beirut, un generale sciita dell’esercito. Ma questo governo non ha diritto di decisione in assenza del presidente della Repubblica. Queste decisioni sono state prese alla vigilia di una manifestazione sociale organizzata dalla Cgtl. Il secondo giorno i manifestanti dell’opposizione sono stati sorpresi da uomini armati, appartenenti a Corrente del Futuro, che li hanno attaccati violentemente, cosa che ha fatto precipitare gli eventi. Hezbollah ritiene di difendere le proprie armate, di fronte a un governo dimezzato e totalmente ossequioso alla politica americana e israeliana, e che cerca di cambiare l’ideologia militare dell’esercito, che è rimasta fino ad oggi anti-israeliana. Politicamente, Hezbollah cerca di cambiare i fattori in gioco per ricostruire un potere che sia più in armonia con la politica dell’opposizione e con le sue scelte fondamentali.

La tregua tra Hezbollah e esercito del governo reggerà? Si ritonerà all’equilibrio della fase precedente la situazione sarà completamente diversa?

Non si tratta di una tregua tra Hezbollah e l’esercito libanese. Al contrario, per evitare di ricadere in una guerra civile o in una guerra tra musulmani, Hezbollah ha rivelato all’esercito libanese tutti le postazioni che ha occupato fin dal primo giorno, insieme a quelle di Corrente del Futuro (la corrente di Hariri) e a quelle della milizia socialista di Joumblatt. L’esercito cerca di approfittare della tregua per imporre ordine e sicurezza a Beirut e sulle montagne, aspettando che si raggiunga un compromesso o un nuovo consenso tra le diverse parti libanesi in conflitto.

La crisi libanese è risolvibile dall’interno o è necessario un forte intervento di Onu, Stati Uniti o della comunità internazionale in generale?

Certamente la crisi è diventata molto complessa. Tuttavia un intervento internazionale rappresenterebbe il rischio di una “iraqizzazione” dello scenario libanese. C’è bisogno nel modo più assoluto di un dialogo libero e approfondito ma interno al Libano. Un dialogo che sia chiarificatore e che decida innanzitutto come ricostruire il potere sulla base di una «partecipazione di tutti». Poi, che decida sulla collocazione effettiva dello Stato libanese in relazione a Israele. Una posizione che faciliti l’elaborazione di una strategia difensiva riconosciuta da tutti i partiti libanesi, cosa che porterebbe un chiarimento anche sulle sorti delle forze della resistenza di Hezbollah. A mio avviso questo è il cuore del problema: che Stato vogliamo? Siamo molto lontani dalla “neutralità regionale”, la nostra terra al sud è ancora occupata; le ragioni della resistenza sono sempre obiettivamente valide, al di là della dimensione puramente locale, e la politica americana e internazionale non favorisce la restaurazione di un clima di fiducia. Un dialogo, inoltre, che decida su una legge elettorale giusta, capace di garantire la rappresentatività del popolo libanese, soprattutto la comunità cristiana, al potere. Una legge che contribuisca ricreare un equilibrio giusto del potere nel paese. E infine, questo dialogo dovrebbe permettere la ricostituzione del Consiglio Costituzionale, garante della democrazia nella vita politica del Libano.
Un intervento internazionale o arabo dovrebbe solo garantire lo svolgimento di un dialogo libero e sereno. Perché quello che accade oggi in Libano è anche l’esito di tre anni di cattiva vita politica. È un semplice episodio nell’ambito degli avvenimenti che si stanno verificando nel Medio oriente e nel mondo arabo, in cui i conflitti si trovano drammaticamente accentuati e ravvivati a causa di una politica internazionale talvolta ignorante della realtà locale e talvolta, viceversa, interessata e ingiusta. Questo cattivo approccio, che voleva «instaurare la democrazia, proteggere i diritti dell’uomo e combattere il terrorismo», ha effettivamente favorito la violenza e si è trovato di fronte ad una resistenza acerrima che ne ha determinato lo scacco.

Il Libano è stato nella storia una terra di convivenza pacifica tra cristiani e musulmani. Come è possibile ristabilirla? Cosa dovrebbero fare i cristiani e cosa dovrebbero fare i musulmani?

Esatto, il Libano continuerà a pagare il conto del suo messaggio di convivenza, il quale costituisce una sfida unica nella regione sia per le correnti musulmane più conservatrici, sia per lo Stato mono-confessionale e razzista dell’Israele contemporaneo. Con la sua Costituzione il Libano è l’antidoto ad ogni regime che non rispetta le libertà e le differenze. Tornare alla convivenza pacifica non è possibile se non attraverso la giustizia e nel rispetto reciproco. Il ruolo dei cristiani su questo piano è fondamentale: sociologicamente parlando, essi costituiscono il comun denominatore della convivenza tra le diverse comunità confessionali, mentre invece politicamente essi devono divenire il catalizzatore che attenua le ingerenze straniere regionali o occidentali. Sono chiamati a consolidare la cultura di un Oriente che si realizza nella ricchezza del suo patrimonio, e questo esige un coraggio e un’apertura continua, perché questa è la loro ragion d’essere e la loro missione. Quanto ai musulmani, devono prendere una posizione efficace contro il terrorismo, soprattutto quello dei movimenti salatiti, che emerge tra le loro fila. Finora hanno continuato a fare un doppio gioco, pensando di poter approfittare della presenza di quest’ultimi per servire i propri interessi politici e la propria continuità al potere.

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