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Esteri

SPAGNA/ È finita l’era del terrore targata ETA?

Con il giornalista spagnolo FERNANDO DE HARO cerchiamo di capire le conseguenze dell’arresto del leader “politico” dei terroristi baschi, Francisco Javier López Peña

ETA-cappucci_FN1.jpg(Foto)

Il ministro dell’Interno, Alfredo Pérez Rubalcaba, dopo la bomba esplosa lunedì, aveva parlato di debolezza dell’Eta. Strane parole dopo che i terroristi avevano fatto esplodere 60 kg di esplosivo e dopo che erano passati solamente cinque giorni dall’attentato in cui ha perso la vita Juan Manuel Piñuel e che avrebbe potuto provocare una strage a Vitoria. Rubalcaba, che non parla mai a caso, sapeva già che l’arresto di quello che può essere il maggior responsabile politico dei terroristi, Francisco Javier López Peña - alias Thierry - era vicino.
È difficile determinare in questo momento le conseguenze di questa operazione. Ancora è presto per valutare se l’arresto dei cinque componenti dell’Eta che erano con “Thierry” sia di grande importanza come il colpo assestato alla cupola della banda a Bidart, nel 1992, o l’arresto, nel 2004, dell’allora leader politico dell’Eta, Mikel Antza nel sudovest della Francia.
Non sono chiare “le competenze” di “Thierry” e le sue relazioni con Josu Terner - considerato anch’egli responsabile “politico” dei terroristi - e con “Txeroki”, il capo dei commandi che operano in Spagna. In ogni caso, e su questo tutte le fonti sono concordi, “Thierry” è stato l’ultimo interlocutore nelle negoziazioni con il Governo (in quel che fu malamente definito “processo di pace”) nel dicembre del 2006. È stato “Thierry” a provocare la rottura della tregua, secondo fonti vicine all’esecutivo di Zapatero, esigendo l’autodeterminazione dei Paesi Baschi e l’annessione di Navarra. Il Governo ha sempre voluto trasmettere l’idea che mentre le negoziazioni venivano portate avanti da Josu Ternera le cose non andavano del tutto male, e che sono state le rivendicazioni politiche di “Thierry” a renderle irrealizzabili, perché si erano imposti i “duri” dell’organizzazione.
In realtà, la squadra di Zapatero si era già mostrata disponibile durante il processo di pace - nell’ottobre del 2006 con il pre-accordo raggiunto al santuario di Loyola - a fare concessioni politiche a Batasuna, il braccio politico dell’Eta. Questo pre-accordo non includeva certamente tutto quello che richiedeva “Thierry”, ma non era del tutto lontano. A Loyola non si era concessa l’annessione della Navarra, ma comunque un organo di coordinamento tra Paesi Baschi e Navarra; non si era concessa l’autoderminazione, ma comunque il riconoscimento dell’ “identità nazionale basca”.
Con gli ultimi arresti rinasce la possibilità che il Governo Zapatero sia tornato - sebbene non lo riconosca - alla strategia di Aznar: continuazione dell’attività investigativa contro i terroristi, isolamento politico senza che possano aver rappresentanza nelle istituzioni e dialogo solamente dopo che l’organizzazione rinuncerà definitivamente all’uso delle armi.
L’intervento del presidente del Governo nel suo discorso di investitura e, soprattutto, quello del suo amico e portavoce parlamentare José Antonio Alonso, nel parlare della sconfitta dell’Eta, sembravano andare in questa direzione. Ma potrebbe essere un inganno. Il Governo e i socialisti non hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità per rimediare alla concessione fatta ai terroristi, lasciando che l’Anv, il nuovo marchio politico dell’Eta, entrasse nei consigli comunali baschi. Ancora ci sono 33 comuni dei Paesi Baschi governati da sindaci dell’Anv e i suoi oltre 400 consiglieri ricevono sei milioni di euro dalle casse pubbliche. L’arresto del negoziatore, inoltre, non comporta necessiariamente il fatto che Zapatero si sia dimenticato della negoziazione. Juan José Ibarretxe, il presidente del Governo Basco (del Pnv, i nazionalisti classici) ha chiesto al Presidente di riprendere gli accordi iniziati a Loyola. Zapatero si è negato: non che non volesse concedere quello che aveva accordato, ma egli in verità aspira a “pensionare” Ibarretxe e permettere ai socialisti di gestire il maggior “autogoverno”.
Ogni volta è più chiaro che Zapatero vuole realizzare nei Paesi Baschi la stessa cosa che ha fatto in Catalogna, trasformando i socialisti nel partito nazionalista di riferimento, in modo da sostituire il nazionalismo classico. Vuole riproporre nelle elezioni basche, i buoni risultati ottenuti alle nazionali, nelle quali il Psoe ha superato il Pnv di 125.000 voti.
Da questa posizione di forza, perché non riprende i negoziati con “l’Eta blanda” dopo aver indebolito “l’Eta forte”?
La crisi e il disorientamento del PP, così come la stanchezza della società civile che maggiormente ha lottato contro la resa davvanti ai terroristi, sono dalla sua parte. La trasformazione del socialismo spagnolo in un socialismo nazionalista rende difficile il ritorno di Zapatero alla strategia antiterrorista di Aznar.

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