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Esteri

BIRMANIA/ Testimonianza: un disastro peggiore dello Tsunami che mette in crisi il regime

Pubblichiamo il testo di una lettera pervenuta da un operatore di una ong che lavora in Thailandia e che descrive la situazione della popolazione civile di Myanmar

Birmania_FN1.jpg(Foto)

Caro direttore,
ieri sera ho telefonato da Bangkok a Yangon ad un amico italiano che lavora in Birmania: è un giovane e coraggioso imprenditore del settore agricolo. Stava bevendo una birra con alcuni amici in uno dei bar dei grandi alberghi della città, uno dei pochi posti dove esiste la corrente elettrica di sera perché i grandi alberghi sono dotati di generatore.
Le prime immagini che mi ha descritto sono di una città nel caos, che sta vivendo grandi difficoltà. Alberi sradicati, tetti divelti, ma soprattutto sono da giorni senza corrente elettrica e si aspettano che la cosa duri per settimane. Alla sera la città è spettralmente al buio; anche i pochi grandi alberghi accendono il generatore per un numero di ore limitato. I trasporti sono più difficili del solito e i prezzi dei beni di consumo sono già saliti alle stelle: un gallone di benzina ha raddoppiato il costo, il prezzo del riso è triplicato. Manca l’acqua e se qualcuno si affaccia in qualsiasi posto della città con disponibilità di acqua da vendere, immediatamente si formano delle file di centinaia di persone. Anche chi vive a Yangon è affamato di notizie; la stampa e i mezzi di comunicazione sono più strumenti di propaganda che di informazione e quindi non affidabili. Si ritrovano dopo il lavoro soprattutto per scambiarsi le notizie raccolte, e ognuno col suo pezzo, cercano di comporre il puzzle di quello che sta succedendo. Spesso è fondamentale l’uso di internet (pure se quello disponibile in Birmania è a scartamento ridotto, perché controllato e limitato). Ma in questi giorni senza elettricità anche internet è una chimera.
Molti fanno la fila da amici e conoscenti che lavorano in qualche ufficio UN, che hanno generatori e un sistema di comunicazione più efficiente, per mandare e ricevere e-mail e per cercare le ultime notizie. Quello che sanno è quello che è sulla bocca di tutti e su tutte le prime pagine del mondo: si parla di almeno 50.000 morti, di disastri inimmaginabili per la popolazione civile, probabilmente superiori anche allo tsunami del 2004. Si parla di più di un milione di sfollati, di migliaia e migliaia di sopravvissuti senza tetto, acqua, cibo e medicinali essenziali. Varie migliaia di km quadrati di territori sono ancora sommersi dalle acque. La zona colpita dal tifone (più di 30.000 kmq) ospita quasi un quarto della popolazione birmana; inoltre è la più grande area di produzione di riso del paese. La probabile impossibilità del raccolto estivo avrà pesanti conseguenze per tutta la popolazione birmana (reali difficoltà alimentari per la molta gente che vive sotto il livello di povertà) e anche per i prezzi mondiali del riso che già da qualche mese si erano impennati, preoccupando molto seriamente tutta l’economia asiatica e mondiale.
Il regime era in questi giorni impegnato in un’operazione di pulizia di facciata: il referendum di approvazione della nuova costituzione del paese, annunciato a sorpresa il febbraio di quest’anno e che si doveva celebrare il 10 maggio. La costituzione è disponibile solo da pochi giorni per la gente, ma il giudizio generale è chiaro: è un referendum formale, nessuno si aspetta cambiamenti, la maggior parte della popolazione sa che non cambierà niente. Chi osa fare propaganda per il voto contrario ha pesanti limitazioni delle libertà personali e civili. Nonostante questo, il regime voleva assolutamente fare questo referendum per dimostrare la propria apertura e per avviare (a suo dire) la democratizzazione del paese. Ora questa cerimonia sociale si scontra con la realtà del disastro; ufficialmente sembra che il referendum sia posticipato al 24 maggio solo nelle zone più pesantemente colpite dal ciclone Nardis, Yangon compresa, e che nel resto del paese tutto avverrà come prestabilito. Nemmeno il tifone può interrompere i piani della giunta per conservarsi al potere.
Il governo resiste alle offerte di assistenza della comunità internazionale; aveva già rifiutato gli aiuti post-tsunami, ma ora la situazione è più grave. Hanno timore dell’apertura agli aiuti umanitari, perché temono, nel caso di apertura ad operatori stranieri, di non poter controllare il processo dei movimenti di persone e di idee che si accompagna al lavoro di distribuzione degli aiuti. La politica della giunta per le organizzazioni delle Nazioni Unite e per le NGO, negli ultimi anni, si è sviluppata secondo le linee del più rigido controllo possibile di tutti i movimenti degli operatori umanitari e dei loro progetti. Comunque per ora la giunta ha accettato almeno l’arrivo di beni di prima assistenza: sono in arrivo varie spedizioni di materiale di emergenza da parte di EU, Thailandia, India, Cina e Singapore. Il WFP (Programma Alimentare Mondiale) ha già iniziato da due giorni a distribuire materiali di prima assistenza. Sembra anche che sia stato autorizzato un volo di ricognizione sulle aree devastate da parte di un gruppo di esperti e rappresentanti delle Nazioni Unite.
La NGO italiana per cui lavoro sta cooperando col WFP in Birmania, in una delle zone più povere del paese: lo Shan State, nel nord est del paese, al confine con Cina e Thailandia. In quelle zone non è successo niente e la vita procede con le difficoltà di sempre. Anche in questi giorni siamo stati in contatto telefonico con i nostri operatori. Lì il tifone non è arrivato e anche le notizie del suo impatto arrivano a fatica. Solo nei centri capoluogo di distretto è possibile accedere ad internet ed avere qualche informazione aggiuntiva agli scarni comunicati della televisione governativa. Ma questo tocca solo poche persone: la maggior parte è troppo preoccupata della sopravvivenza quotidiana.
Siamo testimoni di un altro fenomeno: i tantissimi birmani che sono emigrati/rifugiati nei paesi vicini (ma sempre con un profondo legame con la madre terra e con gli amici e parenti rimasti) sono già operativi con una catena di raccolta di fondi, per portare direttamente aiuto alle vittime della tragedia attraverso qualcuno di loro incaricato dalle comunità di raccolta. Anche qui, da Bangkok, partiranno oggi delle persone per rientrare, nei modi più diversi, e portare i primi aiuti raccolti casa per casa. È veramente un popolo che soffre, e molti sono stati costretti all’emigrazione per sopravvivere e per sostenere chi resta a casa.

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