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PRIMARIE USA/ La “guerra” interna ai Democratici che può far vincere McCain

Come ci spiega il giornalista di Avvenire ALBERTO SIMONI, lo “scontro” tra Obama e la Clinton può portare i Democratici a perdere la sfida che sembrava vinta con il candidato repubblicano

obama_clinton_FN1.jpg (Foto)

Al capolinea Barack Obama è arrivato con il fiatone. Da marzo ad oggi, il senatore dell’Illinois ha vinto solo sei delle 14 primarie. Domenica è stato travolto anche a Porto Rico dove ogni segmento di elettori, bianchi, ispanici, giovani, laureati e tute blu, gli ha preferito Hillary Clinton. Anche il voto popolare premia la sua rivale.
Tutto vero, ma il 4 novembre a sfidare John McCain per la Casa Bianca ci sarà il 47enne senatore dell’Illinois. Bizzarrie del sistema elettorale. Ma anche il premio per una strategia perfetta che ha consentito a Barack Obama di capitalizzare al meglio il mese d’oro di febbraio quando ha scavato il gap incolmabile. A mettere un macigno sui sogni di rimonta della ex first lady, è stata la sentenza della Commissione per le Regole e le Normative del Partito democratico che si è riunita sabato a Washington. Decidendo di ammettere i delegati di Florida e Michigan - i due Stati ribelli puniti per aver anticipato le primarie in gennaio - ma dimezzando il loro peso elettorale, i 30 notabili democratici hanno tolto ogni residua chance alla senatrice di colmare il ritardo in termini di “pledge delegates” (i delegati eletti) con Obama. Poi la distribuzione in modo proporzionale dei seggi ha premiato la Clinton che aveva vinto sia in Michigan sia in Florida delle primarie praticamente senza che ci fosse stata campagna elettorale da parte degli avversari. Ma Hillary ha, al netto, recuperato una trentina di delegati e ottenuto lo spostamento del quorum (da 2.025 a 2.168) per ottenere matematicamente la nomination.
È il compromesso che lo staff di Obama invocava: concedere due vittorie parziali alla rivale, ma tenersi l’intera posta. La Clinton non ci sta. Contesta soprattutto la soluzione adottata per il Michigan dove il nome di Obama non figurava sulla scheda, e ha minacciato di fare ricorso e di portare il braccio di ferro alla Convention di Denver. Sarebbe il peggior biglietto da visita per Obama in vista del duello con McCain. Ecco perché, lontano dai riflettori, le feluche dei candidati stanno lavorando a una exit strategy.
Il quotidiano britannico The Telegraph ieri ipotizzava per la senatrice un posto nel gabinetto di Obama, magari la guida del Dipartimento della Sanità da dove potrebbe portare avanti il piano per la riforma del sistema sanitario. Fonti della campagna di Hillary Clinton hanno fatto sapere che la senatrice già martedì sera potrebbe tornare a New York e annunciare l’appoggio a Obama. Il quale dal canto suo attende che gli ultimi 179 superdelegati incerti (conteggio della Cnn) gli manifestino l’appoggio. Ma resta sempre l’incognita. Il ricorso alla decisione del Comitato per le Regole potrebbe anche allungare il tutto. E poi Hillary non pare intenzionata a rinunciare ai suoi due argomenti più solidi: è lei che ha preso più voti popolari (oltre 17 milioni, qualche decina di migliaia in più di Obama); ed è sempre lei che ha vinto negli Stati più grandi e decisivi in novembre.
La stanchezza con cui Barack Obama è arrivato al traguardo in fondo dimostra che Hillary aveva buone ragioni per non mollare. I democratici, ha detto un’analista al quotidiano on line The Politico, «rischiano di perdere delle elezioni che non avrebbero mai potuto perdere» fino a qualche mese fa. Il dubbio che alla fine l’abbia spuntata il candidato più carismatico, entusiasmante, fresco ma debole qualcuno ora se lo pone. E qualcuno, John McCain, sotto sotto se la ride.

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