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GEORGIA/2. Il monito degli ex dissidenti: non diventi una nuova Cecenia

In esclusiva su ilsussidiario.net, in versione italiana, il giudizio diffuso l'8 agosto, appena scoppiato il conflitto caucasico, dall'associazione Memorial per la promozione delle ricerche sulla storia delle repressioni politiche in URSS. All'interno dell'articolo sono riportate le prime dichiarazioni di SERGEJ ARUTJUNOV, antropologo e membro corrispondente dell’Accademia delle Scienze russa, in merito alla drammatica situazione in atto

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L’Associazione Memorial, fondata nel 1989 da un gruppo di dissidenti tra cui l’accademico Sacharov, svolge un’opera fondamentale di recupero, sistematizzazione scientifica e conservazione della memoria del passato totalitario. È anche un autorevole osservatorio sul rispetto dei diritti umani e sui punti di conflitto oggi in Russia. Il testo che segue riporta il giudizio “a caldo” espresso dall'associazione a commento del conflitto.

«Nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008 nell’Ossezia del Sud è iniziata la guerra. In Georgia è stata dichiarata la mobilitazione generale, mentre portavoce del governo parlano dell’introduzione di “misure costituzionali per riportare la pace e l’ordine”, e non sarà possibile intavolare nessuna trattativa fino a che queste misure non saranno felicemente portate a termine. In Russia queste parole le conosciamo fin troppo bene. L’“ordine costituzionale” la Federazione Russa lo ha riportato nel 1994, durante la prima guerra cecena. Ma quella volta l’“operazione lampo” si è trasformata in un’operazione prolungata e sanguinosa. In Russia ci ricordiamo bene anche le frasi sulla guerra fino alla vittoria e sul rifiuto delle trattative il nostro governo le aveva dette nel 1999, all’inizio della seconda guerra cecena. Un’ambigua vittoria militare è costata al nostro paese la rinuncia alla democrazia. Del resto, è avvenuto lo stesso anche in Georgia: in Abkhazia nel 1992, nella stessa Ossezia del Sud nel 1991. Sui conflitti con l’Ossezia e l’Abkhazia si era consolidato il potere di Gamsachurdia e Shevarnadze. Ed è molto probabile che la prima vittima della guerra incominciata tra il 7 e l’8 agosto sarà la stessa Georgia, in quanto Stato democratico e come membro responsabile della comunità mondiale. La Georgia, facendo parte dell’OSCE, ha l’obbligo di risolvere i conflitti in via pacifica. La ricostituzione dell’integrità territoriale di uno Stato non può essere motivo per venir meno a tali obblighi. Le azioni militari in Ossezia del Sud devono essere immediatamente interrotte. La via delle trattative è lunga e difficile, ma solo così si potrà raggiungere una pace stabile. La storia dei conflitti nel Caucaso, in questi ultimi anni, costituisce una lunga catena di errori e di crimini. Invitiamo a non dimenticare questa storia».

L’Ossezia del Sud, così come l’Abkhazia, è una regione secessionista la cui appartenenza allo Stato della Georgia è rimasta un punto in discussione dallo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991. La regione si è dichiarata Stato sovrano nel 1992, senza per altro essere riconosciuta da nessun altro paese. Il presidente georgiano Michail Saakashvili, candidato del blocco “Movimento nazionale”, si è impegnato con gli elettori a reintegrare l’Ossezia del Sud nel territorio nazionale, ed oggi sembra ritenere che sia venuto il momento. La Russia, formalmente, interviene a difesa della pace e dei cittadini russi residenti nella regione, e tuttavia, come fa notare Sergej Arutjunov, l’attuale posizione della Georgia è esattamente la stessa della Russia davanti alle pretese autonomistiche della Cecenia. Se la Russia ha difeso i propri diritti verso la Cecenia, non può oggi disconoscere gli analoghi diritti della Georgia nei confronti dell’Ossezia. Tanto più, osserva ancora Arutjunov, che l’Ossezia del Sud non è una regione adiacente alla Georgia ma vi si inserisce profondamente, ne è parte integrante. Sul piano internazionale, conclude, oggi ha il diritto di condannare la Georgia solo chi ha condannato le azioni della Federazione Russa in Cecenia dal 1994 in poi.

(Traduzione a cura di Marta Dell’Asta)

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