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BOLIVIA/ Un paese in crisi. Quali le colpe di Evo Morales e come evitare la guerra civile?

Pubblicazione:venerdì 19 settembre 2008

Morales_Evo_Conferenza_UnsurR375_18sett08.jpg (Foto)

L’analisi sulla situazione della Bolivia è molto complessa poiché, in questo paese costantemente in bilico, si è in presenza del paradosso (comune a quasi tutti i paesi latinoamericani) di un’economia che va bene, mentre nel campo politico e sociale ci sono molte contraddizioni allarmanti che potrebbero sfociare in esiti comunque negativi, come uno scontro o addirittura una guerra civile. Questa possibilità provocherebbe il frazionamento della stessa nazione boliviana, con la divisione in mini stati come è successo in Jugoslavia, ossia si potrebbe arrivare alla balcanizzazione del territorio boliviano. Sembrerebbe che ora gli sforzi per trovare una soluzione pacifica si siano esauriti, dopo che il referendum ha confermato Costituzione e presidente.

 

L’attuale Stato della Bolivia non è recente, tanto meno stabile, dato che la Bolivia è un Paese formato da molti gruppi etnici (Quechuas, Aimaras, Guapatecos, Cambas, Koya, Chichas, etc.) i cui interessi sono assolutamente differenti e che vivono in un territorio con una topografia accidentata. Il ruralismo eccessivo che contraddistingue la sua economia fa capire come il settore produttivo sia quasi inesistente, così come i concetti di lavoratore/imprenditore e di comunità lavoratrice organizzata. Il centralismo e la mancanza di pace, di un compromesso sociale per lo sfruttamento delle ricchezze naturali, con in più i dubbi sui finanziamenti al movimento, sono alla radice del conflitto con settori produttivi reali (Santa Cruz, Tarija, Potosí), che lottano per separarsi dal potere centrale che ritengono corrotto.

 

Perché è scoppiata questa crisi in Bolivia?

La nomina di Evo Morales come presidente, nel gennaio del 2006, (la sua ascesa è stata così vertiginosa che non è strano che la sua figura sia ancora al centro di domande e, soprattutto, di contraddizioni) ha portato allo scontro tra due progetti di paese molto differenti. Quello del Governo promuove una nuova Costituzione di tipo statalista e indigenista, che continua a concentrare tutti i poteri a La paz e vuole redistribuire la terra e nazionalizzare settori chiave dell’economia. L’opposizione invece, guidata dalla regione più importante del Paese, Santa Cruz de la Sierra, vuole statuti di autonomia che permettano alle regioni di gestire le proprie risorse e i propri affari.

 

Cosa c’è dietro a tutto questo?

Dietro alla crisi politica e al dibattito tra centralismo e federalismo, ci sono forti interessi economici, poiché le cinque regioni oppositrici (sulle nove totali del Paese) hanno la maggior parte delle richezze in gas e petrolio ed enormi terreni. Il problema si è aggravato quando Morales ha introdotto nella sua nuova Costituzione (che non è stata ancora approvata con referendum) un articolo che proibisce di possedere una proprietà superiore ai 10.000 ettari. A Santa Cruz, per esempio, le aziende agricole hanno estensioni doppie o anche triple.

 

Perché l’opposizione si oppone alla nuova Costituzione?

Perché è stata approvata dalla maggioranza progovernativa in una sessione dell’Assemblea Costituente in cui è stato negato l’accesso all’opposizione e perché consacra un modello statalista e centralista

 

Un abbozzo della situazione attuale

Il caso della Bolivia è una manifestazione chiara della fragilità dell’“impero” che sogna il presidente venezuelano Hugo Chávez.

Gli scontri interni al paese andino lo avvicinano pericolosamente a una guerra civile. Oggi vediamo come la popolazione indigena sia usata senza alcun pudore come guardia pretoriana del Presidente Evo Morales per affrontare i suoi oppositori. Questa strategia gli ha garantito risultati nel passato, quando ha rovesciato i governi eletti democraticamente, ma ora si assiste a uno scontro razziale all’interno del suo paese. Ogni giorno che passa, la capacità di governare del presidente boliviano sembra farsi insostenibile.

La sua permanenza al potere, dopo le rivolte popolari, è stata possibile solamente per l’appoggio delle forze armate; è per questo che l’ultima intromissione di Chávez, che vuole inviare aiuti militari in Bolivia, ha risvegliato la reazione delle forze armate di questo paese.

 

C’è una via di uscita dalla crisi?

che prevede diversi gradi di autonomia. Ma le regioni che hanno tenuto o convocato Per alcuni, le due posizioni potranno conciliarsi grazie a un articolo della Costituzione, che prevede diversi gradi di autonomia. Ma le regioni che hanno tenuto o convocato referendum per l’autonomia (Santa Cruz, Beni, Pando, Tarija y Chuquisaca), non sembrano soddisfatte da questa offerta. La mediazione internazionale, guidata dalla Organizzazione degli Stati Americani, è fallita.

 

La posizione della Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur)

La capitale del Cile ha ospitato (il 15 e il 16 settembre) una riunione straordinaria dell’Unasur, il cui ordine del giorno aveva un solo punto: la situazione in Bolivia.

Per i partecipanti la finalità principale della riunione era il mantenimento del regime democratico nel Paese e la permanenza del presidente legittimamente eletto, che ha origini indigene, precisamente aymara. All’inizio è stata prestata grande attenzione a costruire un dialogo pacifico tra i sostenitori di Evo Morales e i suoi avversari conservatori. L’opposizione, dopo una certa riflessione, ha accettato l’idea di colloqui di pace. Non ha poca rilevanza il fatto che i presidenti dei paesi fratelli, anche prima di arrivare nella capitale cilena, abbiano discusso un tema importante come il non intervento esterno negli affari dei boliviani. Molti lo hanno considerato come un’allusione diretta alla politica degli Stati Uniti rispetto a tutta l’America Latina, anche se va detto che il presidente venezuelano ha minacciato «il proprio diritto a intervenire militarmente», cosa che i militari boliviani hanno respinto categoricamente.

Dopo oltre sei ore di intensa discussione, i capi di Stato e i rappresentanti dell’Unione delle Nazioni Sudamericane hanno diramato una dichiarazione congiunta sulla crisi politica che affronta la Bolivia e hanno dato un appoggio pieno al governo costituzionale del Presidente Evo Morales.

I Governi dei 12 paesi che compongono l’Unasur hanno dichiarato che non riconosceranno fatti che implichino come obiettivo un golpe civile, una rottura istituzionale o che danneggino l’integrità territoriale del Paese dell’altopiano.

 

(Guillermo Lesmes)



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