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REPORTAGE/ Viaggio nel Vicino Oriente cristiano, spettacolo di martirio e santità

Pubblicazione:venerdì 26 settembre 2008

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Il Sangue dell’agnello è la documentazione delle violenze islamiste contro i cristiani iracheni e dei puntuali delitti islamo-nazionalisti contro i cristiani di Turchia, attraverso due anni di reportages nei paesi del Vicino Oriente per conto del settimanale Tempi. Ho dato la parola alle vittime: padri cui è stata stuprata e uccisa la figlia, mogli che non hanno più notizie del marito scomparso, sacerdoti e persone comuni rapiti e rilasciati dopo molte tribolazioni, famiglie che hanno abbandonato casa e lavoro dopo ripetute minacce, aggressioni e rapimenti motivati dalla loro identità cristiana.

Il libro nasce da un’urgenza etica e da un’urgenza estetica. L’urgenza etica coincide con un senso di scandalo di fronte al silenzio e all’indifferenza che circondano la tragedia delle violenze contro i cristiani in Iraq e in Turchia. È scandaloso che nelle trattative per l’accesso della Turchia all’Unione Europea le condizioni di una reale libertà per le minoranze religiose in quel paese non rappresentino una materia di negoziato; è scandaloso che l’Unione Europea rifiuti di riservare un trattamento preferenziale alle domande d’asilo dei profughi cristiani iracheni, quando è evidente che sono vittime mirate della violenza nel loro paese: i profughi e sfollati cristiani sono “solo” 400 mila sul totale di 4 milioni e 400 mila profughi e sfollati iracheni; ma i cristiani in Iraq prima della guerra erano 800 mila, il che significa che ben un cristiano iracheno su due è profugo, quando la media nazionale è di un iracheno su sette. Sono scandalizzato, infine, della tiepidezza di tante comunità cristiane e di tante riunioni ecclesiali che danno pochissimo spazio o addirittura ignorano la realtà del martirio dei cristiani d’Oriente.

Ma più importante di questa urgenza etica – che come tutte le urgenze etiche è ambigua, perché la frustrazione e il senso di impotenza che genera possono condurre facilmente alla dimissione e alla rinuncia - è l’urgenza estetica. Vale a dire la commozione per lo spettacolo del martirio e della santità. Lo spettacolo dei cristiani che non abiurano la fede nemmeno davanti alle minacce e ai patimenti inflitti; lo spettacolo dell’arcivescovo di Mosul (la cui ultima intervista io ho raccolto sul posto prima del rapimento da cui non sarebbe uscito vivo) che – minacciato più volte di morte, sfuggito a rapimenti e attentati - sacrifica consapevolmente la vita per il proprio gregge; lo spettacolo delle vedove dei protestanti massacrati in Turchia che al funerale dei loro mariti (cui io ero presente, unico giornalista straniero) perdonano gli assassini “perché nel Vangelo c’è scritto che chi segue Cristo avrà il centuplo quaggiù ma anche persecuzioni per amore del Suo nome: quello che è successo era previsto”. Lo spettacolo del giornalista armeno di Turchia Hrant Dink, ucciso davanti alla sede del suo giornale da un giovanissimo killer dopo centinaia di minacce di morte e un penoso calvario giudiziario. Nell’intervista che gli feci meno di due mesi prima della morte, mi spiegava che era contrario alla legge francese che puniva i negazionisti del genocidio armeno: “È una legge stupida come quella in base a cui processano me. Io ho bisogno di dialogare coi turchi per spiegargli che il genocidio è avvenuto, se c’è una legge che gli chiude la bocca se mi contraddicono, non posso discutere con loro”. La ragione più profonda che mi ha fatto scrivere il libro è il desiderio di condividere con altri la Grazia immeritata di questi incontri. Ho cercato di sdebitarmi per i doni ricevuti.



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