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USA/ “Nuova ricostruzione” è la parola d’ordine di Obama

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Il primo discorso da presidente di Barack Obama è stato il più noioso. Stretto nella veste istituzionale del giuramento, Obama non ha dato il meglio di sé e in diversi punti il testo mancava di quella teatralità che lo ha reso un’icona in tutto il mondo.

 

Ieri Obama è stato istituzionale, ha parlato con l’incedere dello statista permettendosi soltanto poche escursioni nella retorica vellutata di sempre. Il passaggio più interessante e controverso è quello sul mondo musulmano: «Noi tenderemo una mano se loro apriranno il pugno», ha detto Obama, sottolineando che il dialogo deve sottostare a certe condizioni.

 

La chiave di lettura dell’intero discorso è il realismo, con il presidente che ha insistito sulla crisi e sulle difficoltà che l’America dovrà affrontare nell’immediato futuro. Le formule della propaganda non sono state abusate: la parola “change” compare tre volte, mentre sono soltanto due le fugaci apparizioni di “hope”, la speranza.

 

Dovendo scegliere la frase da stampare sulla maglietta o scrivere sul diario, questa vince: «A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere e ricominciare di nuovo il lavoro di ricostruzione dell’America». È ridondante accostare “di nuovo” a “ricostruzione”, ma Obama ha giocato ancora una volta sull’idea della liberazione dal passato, sulla nemesi storica da un’amministrazione Bush che ha portato l’America fuori rotta.

 

Washington ha risposto con un baccanale di tre giorni, culminato nel bagno di folla al National Mall per il giuramento di Obama. Le stime parlano di oltre due milioni di persone, anche se con il passare delle ore i media americani sono apparsi via via più cauti sulle cifre. Molto si è insistito sul carattere trasversale della partecipazione, che coinvolge persone di ogni età e razza, provenienti dagli angoli più remoti del paese e del mondo.

 

Deborah Hapson, allegra signora di colore, è arrivata in treno dalla periferia di Atlanta, in Georgia, uno stato del sud che conosce la segregazione. «Il messaggio di Obama è inclusivo, la sua vittoria è di tutti, non soltanto degli afroamericani», spiega a ilsussidiario.net. È d’accordo Julie Jacobson, 24enne insegnante nativa di Washington, che con chioma bionda e occhi cerulei racconta una storia di segno diverso. «Anche io mi sento completamente inclusa nella storia di Obama», dice mentre aspetta di accedere a Pennsylvania Avenue assieme alla sorella Lillie. L’emozione per lo storico insediamento travalicherà anche gli anni e le razze, ma la Washington di ieri era ad assoluta maggioranza afroamericana e moltissimi gruppi nelle strade della città manifestavano esplicitamente il proprio orgoglio afro.

 

Nessuna osservazione può togliere il carattere storico dell’evento, con il suo respiro imperituro, le sue bandiere che garriscono al vento, i retroscena, gli imprevisti e i tic dei protagonisti. L’imprevisto fondamentale è il malore che ha colto il senatore Ted Kennedy durante il pranzo, diffondendo un allarme che ha reso seri gli sguardi di Obama e consorte per la mezz’ora successiva, quando è arrivata la notizia che le condizioni di Kennedy miglioravano. Curioso, invece, il siparietto fra Obama e il presidente della Corte Suprema, John Roberts, incaricato di suggerire a Obama le trentasei parole del giuramento previste dalla Costituzione. Roberts ha invertito l’ordine della formula, e Obama si è bloccato per un attimo trattenendo una risata.

 

Penne femminili scatenate sul vestito di Michelle Obama, first lady assai poco tradizionalista che si è presentata al mondo con un abito damascato giallo che non ha convinto tutti. Poi, il copione dell’insediamento è andato via liscio, con la parata dal Capitol Hill fino alla Casa Bianca, dove da oggi Barack Obama può esprimere il potere affidato dal popolo per il popolo.

 

(Mattia Ferraresi)



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