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CINA/ 60 anni di repubblica: promossa in economia, bocciata in libertà

Pubblicazione:giovedì 1 ottobre 2009

Cina_60R375.jpg (Foto)

 

La strada che oggi il partito ha intrapreso è quella della democrazia interna. In sostanza, secondo il documento ufficiale pubblicato, nel partito i membri sono invitati a esprimersi e parlare liberamente, hanno mandato di studiare la realtà e le teorie della scuola del partito senza paraocchi, ma hanno poi il comando della disciplina di partito: cioè quando la decisione è presa la devono portare avanti. In questo documento vediamo la vera sfida del partito adesso. I suoi funzionari sono spesso codini, ipocriti, al momento di portare avanti le politiche cercano scappatoie per fare quello che vogliono. Ma questa è una realtà comune a molte strutture di potere; che il partito la voglia rovesciare indica un atteggiamento importante e innovativo. Ci riuscirà? Direi così: il Partito comunista cinese sa come essere molto determinato.

 

Perché un giovane cinese oggi decide di entrare nel partito?

 

Il giovane cinese non decide di entrare, gli viene chiesto di entrare. La differenza è sostanziale e importante, perché elimina sciocchi protagonismi. Il giovane poi accetta perché nel partito c’è un futuro di carriera personale, ma anche e sempre di più si vede che il futuro della Cina è legato a quello del partito, oggi molto più di 20 o 10 anni fa.

 

È in programma uno storico viaggio di Barack Obama a Pechino. Quali sono i dossier sul tavolo dei rapporti bilaterali e quali invece gli obiettivi strategici a lungo termine?

 

Si discuterà a 360 gradi, come gli americani non fanno più con nessuno da molti anni. Questo punto è fondamentale perché già indica l’importanza della relazione bilaterale per entrambi, ma direi soprattutto per gli Usa. Possiamo aspettarci risultati in Nord Corea, passi avanti per collaborazioni in Afghanistan e Iran. Inoltre dovremmo avere importanti passi in avanti nella collaborazione industriale, nel settore ambientale, e anche nella finanza, dove il renminbi è ormai il maggiore sostegno del dollaro. Ma l’importanza della Cina per gli Usa si può forse descrivere con un segno fondamentale: in occasione del 60° anniversario della repubblica popolare l’Empire State building di New York, l’edificio simbolo della città simbolo e più europea dell’America, si colorerà di luci rosse e gialle, colore del partito e dell’etnia cinese. L’America guarda tutta alla Cina. Questo è il segno vero, autentico del G2 in corso.

 

Come si collocano l’Europa e l’Italia nel quadro degli interessi strategici della Cina?

 

L’Europa non esiste come voce comune, esistono i paesi europei che hanno poca o nessuna visione strategica. Fuori dal politicamente corretto, sembra che la Ue sia diventato il peggiore di tutti i mondi politici possibili, perché oltre a non avere una strategia politica ha una serie di restrizioni che impediscono o rendono difficile ai singoli stati di avere strategie. Il nostro paese dovrebbe ragionar bene su questo, ma non lo fa anche perché con un debito pubblico di oltre il 100 per cento del Pil è tra quelli che beneficiano dell’euro, visto che abbassa drasticamente gli interessi passivi sui nostri debiti.

 

La Cina è stata più “popolare” in Italia negli anni successivi al ‘68, per motivi ideologici, poi più nulla. Con la conseguenza che il nostro paese ha “riscoperto” la Cina quando questa è tornata sulla ribalta mondiale, non più come potenza ideologica ma economica.

 

Per l’Italia l’avvertimento dovrebbe essere fortissimo. Il 1° ottobre è una celebrazione per la Cina, dovrebbe essere un richiamo politico ed economico per noi, a ri-orientarci, cioè, come dice la parole stessa, a metterci in sintonia con l’Oriente. Lo faremo? No. Per tanti motivi. Perché non siamo mentalmente preparati, perché non vediamo la crisi culturale e di prospettiva prima ancora che politica ed economica che ci attanaglia, perché è più facile parlare di pettegolezzi domestici che di questioni vere. Anche in questo la Cina può insegnare qualcosa.

 

In che senso?

 

La Cina è andata avanti circa sessant’anni nell’800 ignorando o minimizzando una crisi profonda, mentre l’impero si sfasciava per decenni. Ha ritrovato la sua dimensione con la dittatura di Mao e solo dopo trent’anni di lacrime e sangue (tante lacrime e tanto sangue) ha cominciato a uscire dal buco nero. L’Italia, vista da qui, sembra per molti versi davanti a un fenomeno analogo a quello della Cina dopo le prime sconfitte della guerra dell’oppio. Ora c’è tempo per rimetterci in carreggiata e per salvarci soffrendo poco, ma fra poco non sarà più così.

 

 



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COMMENTI
01/10/2009 - Neanche ripetente. (claudia mazzola)

Inopportuno continuare ad esaltare la Cina, fa male!