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TEMPI IN EDICOLA/ I cristiani del Sudan alle prese con una fragile pace

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Molto si è detto dell’islamizzazione strisciante dei sudisti sfollati nel Nord durante la guerra. «Quelli che sono tornati sono ancora cristiani o addirittura lo sono diventati durante l’esilio. In particolare quelli che erano fuggiti in Etiopia e Kenya hanno studiato nei campi per rifugiati, e ora sono maestri e catechisti. Sono tornati più istruiti nel cristianesimo e più profondi nella fede».

 

 

Però all’orizzonte si stagliano minacce, e monsignor Mazzolari lancia il suo appello: «Tutti devono sapere che la pace è fragile e che finora non è stata accompagnata dalla prosperità, anzi: è imminente una carestia nel Corno d’Africa. A questo si aggiunge l’impasse politica: se la comunità internazionale non riprende in mano il dossier sudanese, il referendum per l’autodeterminazione del Sud non si farà o si svolgerà in modo totalmente manipolato. Perché la verità è che il Nord non vuole lasciare andare il Sud, il Nord vuole continuare a sfruttare le grandi risorse del Sud: acqua, terre fertili, petrolio».

 

Il governo autonomo e il Parlamento regionale del Sud Sudan hanno respinto i dati del censimento della popolazione promosso dal governo centrale, che hanno tutta l’aria di un imbroglio volto a spianare la strada a una vittoria incontrastata del National Congress Party del presidente Omar el Bashir alle elezioni politiche dell’aprile 2010; ambienti dello stesso partito chiedono che al Sud sia permesso di secedere dal resto del Sudan solo se al referendum previsto per il 2011 si esprimeranno in questo senso il 75 per cento degli elettori.

 

«La Chiesa ha creato emittenti radio in tutte e sette le diocesi del Sud, e attraverso di esse formiamo la popolazione in vista delle elezioni e del referendum. Ma la verità è che Khartoum non ha nessuna intenzione di rinunciare al Sud».

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