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TEMPI IN EDICOLA/ I cristiani del Sudan alle prese con una fragile pace

Pubblicazione:giovedì 15 ottobre 2009

Sudan_ChiesaR375.jpg (Foto)

«Nel Sud Sudan la Chiesa cattolica gode di un immenso rispetto, c’è piena libertà di acquistare terreni e costruirvi edifici religiosi, e le nostre chiese sono talmente affollate che spesso dobbiamo tenere le liturgie all’aperto, sotto un grande albero», racconta padre Cesare.

 

Mentre il Sinodo africano entra nella sua seconda settimana di lavori, non sono tutte cattive le notizie che arrivano dall’Africa. Nonostante guerre, carestie, epidemie e anche vere e proprie persecuzioni, il numero dei cattolici nel continente in meno di vent’anni è triplicato, passando dai 55 milioni del 1978 ai 164 del 2007 (ultimo dato disponibile). A incrementarsi non è stata solo la quantità ma, proprio là dove l’inimicizia verso i cristiani è più forte, anche la qualità.

 

È il caso della diocesi di Rumbek nel Sudan meridionale, rinata a nuova vita dopo la firma del Comprehensive Peace Agreement (Cpa) del 2005 che ha messo fine a 22 anni di guerra fra i ribelli sudisti e il governo militar-fondamentalista islamico di Khartoum che hanno provocato due milioni di morti e quattro milioni tra profughi e sfollati.


Il vescovo di questa diocesi di tre milioni di anime grande come il Triveneto e la Lombardia è Cesare Mazzolari, 72 anni, missionario comboniano in Sudan da quasi trent’anni. Al tempo della guerra visitava le parrocchie alloggiando in ripari di fortuna e mangiando quel che c’era. Ma i problemi non li ha avuti solo coi radicali islamici: «Nel 1994, ero già vescovo da quattro anni, un comandante dell’Spla (la guerriglia sudista, che a quel tempo si proclamava laica e socialista, ndr) mi fece arrestare. Mi accusavano, in quanto comboniano, di aver favorito l’oppressione del Nord sul Sud perché le nostre scuole a Khartoum erano aperte ai musulmani, e di interferire con l’identità culturale tradizionale dei sudisti. Oggi posso andare dove voglio e le nostre scuole, nel Sud come nel Nord, hanno formato migliaia di sudisti che sono diventati interpreti, amministratori, dirigenti, deputati, eccetera».

 

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