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SOCIETA’/ Lascia l’Observer per tornare a fare la mamma, il “caso” Gaby Hinsliff

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Gaby Hinsliff non è certo sospettabile di simpatie clericali o tradizionaliste. Eppure, il suo pensiero mostra una pericolosa vicinanza a quelli che dalle nostre parti vengono sbrigativamente liquidati come rigurgiti clericofascisti: quelli che vorrebbero riportare la famiglia al primo posto tra le priorità delle donne, mettendo in discussione gli imperativi egualitaristi e efficientisti. La stessa Hinsliff ammette di aver inizialmente pensato all’ennesimo tentativo di rispedire le donne “in cucina” quando, tornata dalla maternità, aveva letto il report del think-tank Policy Exchange – pubblicato lo scorso anno - sull’insufficienza delle politiche di conciliazione, troppo focalizzate sul lavoro e troppo poco sul desiderio delle donne di dedicarsi personalmente ai figli. La stessa tesi sostenuta dal report di Cristina Odone, scrittrice e ricercatrice del Centre for Policy Studies, significativamente intitolato “What women want”: quello che la maggior parte delle donne vuole realmente, afferma la Odone dati alla mano, non è lavorare come e più degli uomini, ma realizzarsi come compagne, membri di una comunità, e soprattutto come madri. Alla fine, anche Gaby Hinsliff le ha dato ragione.

Una profonda revisione dei luoghi comuni sul ruolo femminile, sulle politiche di conciliazione, sul lavoro di cura è dunque necessaria.

 

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