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BERLINO/ Waters: la felicità non è dall'altra parte del muro

Pubblicazione:lunedì 9 novembre 2009

Muro_Berlino_MartellataR375.jpg (Foto)

Molto prima della caduta del muro vero e proprio, o che le “Rivoluzioni di Velluto” dilagassero per l’Europa dell’Est, il filosofo e scrittore, allora cecoslovacco, Vaclav Havel aveva sviscerato la natura dell’ideologia comunista, sebbene più a beneficio del mondo esterno che delle vittime dirette, che potevano trovare i suoi scritti solo nella forma del samizdat.

 

Le sue osservazioni non invitavano al compiacimento i suoi lettori occidentali, ai quali chiariva che a suo parere il problema non era esclusivo di uno solo dei due sistemi. Anni prima del crollo del comunismo, egli scriveva che l’ideologia socialista dell’Est era una “immagine in uno specchio convesso” del capitalismo dell’Occidente, una versione esagerata di qualcosa connesso fondamentalmente con la perversione del desiderio umano.

 

L’ideologia, ha affermato Havel in “Il potere dei senza potere”, “fa finta che le esigenze del sistema derivino dalle esigenze della vita. È un mondo di apparenze che cerca di farsi passare per la realtà”. Sulla questione del comunismo e del capitalismo, in “Politica e coscienza”, scrive che queste due “categorie, arzigogolate dal punto di vista ideologico e spesso anche semantico, sono da lungo tempo fuori tema”. Le questioni reali sono: se possiamo porre la moralità al di sopra della politica, ridare contenuto al parlare degli uomini e riabilitare l’esperienza personale dell’uomo come la misura autentica della libertà, mettendo al centro della questione, non una serie coerente di convinzioni, ma “l’Io autonomo, integrale e pieno di dignità”.

 

Quando Havel divenne presidente della Cecoslovacchia, il mondo aspettava di vedere come avrebbe applicato queste idee all’esercizio del potere, perché la sua esperienza sarebbe diventata una sperimentazione della possibilità della politica come canale per il desiderio umano. Egli aveva individuato nella società moderna il bisogno di ciò che chiamava “politica post-politica”, una politica definita non come tecnologia del potere, ma come mezzo per vivere con un significato.

 

Questo, aggiungeva, richiedeva una “rivoluzione esistenziale” che avrebbe impegnato l’umanità nella totalità dell’essere, andando oltre la politica e la società come convenzionalmente intese. Sottolineando ripetutamente che ciò era quasi altrettanto urgente nelle libere democrazie dell’Occidente quanto nell’area comunista.

 

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