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Esteri

BERLINO/ Waters: la felicità non è dall'altra parte del muro

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Havel è oggi un personaggio un po’ più dubbio e la sua popolarità nel suo Paese è andata declinando, anche se non per precise ragioni connesse al suo comportamento. Il cambiamento sembra in parte dovuto al cinismo promosso dai media cechi, forse per un senso di disillusione e incomprensione.

 

Nel suo ultimo libro, “Al Castello e ritorno”, Havel descrive le esperienze di questi anni come presidente, unendo le riflessioni serie di un grande leader al centro di grandi eventi e i fantasiosi incisi di uno abbastanza saggio per prendere qualcosa troppo sul serio. In questo modo, offre forse la raffigurazione più chiara e realistica della società postcomunista, descrivendo la vita nei suoi aspetti essenziali negli anni successivi alla pretesa fine della storia.

 

“Al Castello e ritorno” è la storia di un uomo che è stato sulla cima della montagna e ha visto che lì, come ovunque, la razza umana è capace di grandezza, meschinità, eroismo e frustrazione, e che, anche dopo un’ubriacatura rivoluzionaria, la vita si ripresenta di nuovo ogni giorno.

 

Havel racconta che in un incarico elevato, come nella vita in generale, non si tratta solo di gloria e successi, ma molto più spesso di decidere tra mali più grandi e mali più piccoli. La vita è sempre complicata e niente è prevedibile. Tutto accade in un modo diverso da quello che ci si aspetta. Havel non risponde alle aspettative del lettore per una descrizione focalizzata sul problema del potere, ma risponde alle domande che si è posto lui stesso, rivelando la sua umanità nel cuore del potere.

 

Quanto emerge è una strana miscela di speranza e stanchezza, un profondo sentimento di frustrazione congiunto ad accettazione. Egli scrive dalla frontiera tra la politica a la vita umana, rivelando un uomo il cui spirito è stato logorato dal suo incarico e dagli attriti di ogni giorno, che è deluso e ferito dalla meschinità e dall’egoismo dei suoi concittadini, ma tuttora né disilluso, né amareggiato. Un uomo nell’ultima fase di una vita vissuta seguendo i propri ideali, ma con la costante coscienza dell’assurdità dell’utopismo.