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martedì 1 dicembre 2009
«Vivevo al Nord, vicino a Kitgum; poi sono arrivati i ribelli, hanno distrutto tutto e mi hanno rapita. Quando sono riuscita a liberarmi sono scappata qui, a Kampala; un giorno, però, mentre scendevo da un taxi, sono crollata a terra per la debolezza: pesavo 25 chili e forse mi ero ammalata durante il periodo di prigionia».
Per un attimo, un velo di tristezza copre il volto di Agnes; il suo sguardo tradisce molto più di quello che riesce a comunicare con la parola. «Ho fatto gli esami e ho scoperto di essere positiva all'HIV; ho chiesto aiuto ai miei familiari che vivevano a Kampala, ma faticavano addirittura a riconoscermi; quando poi hanno saputo che stavo male, mi hanno detto che avrebbero utilizzato i loro soldi per rimandarmi al Nord con un taxi: così sarei morta e sarei stata seppellita lontano, senza dar loro troppo fastidio».
«Non sapevo più cosa fare, a chi rivolgermi; qualcuno mi aveva parlato del Meeting Point International, dove venivano accolte molte donne nelle mie stesse condizioni: era la mia ultima speranza. Lì ho incontrato “auntie” Rose, che mi ha aiutata a riconoscere il mio valore, la mia libertà: l'HIV ora non è più una cosa da nascondere, una cosa di cui vergognarsi. Io sono libera».
«“Auntie” Rose mi ha inserita nei programmi del MPI: lavoro nella cava, partecipo alle danze, al canto e alle partite di calcio; oppure faccio questo» e indica con la testa le altre donne nella stanza: siedono a gruppetti intorno a dei vassoi che contengono fili di nylon, striscioline di carta e decine di piccole palline colorate.
Una donna in particolare sembra concentrata unicamente su due ciuffetti di carta colorata che spuntano dalle sue mani; basta un attimo: li avvolge intorno a un ago, intinge la perla ottenuta nella colla, la rifinisce e la deposita insieme alle altre, nel vassoio. Gli occhi grandi come il cielo africano, sotto i quali si spalanca un sorriso imperlato di denti bianchissimi, sono un'attrazione irresistibile, che mi spinge ad avvicinarmi: «Buongiorno, come stai?».
Un inglese perfetto fluisce dalla bocca di Nancy; le chiedo di raccontarmi un po' della sua vita, ed esordisce così: «Il mio essere libera passa attraverso il Meeting Point International. Sono qui dal 1999, quando sono fuggita dal mio villaggio; i ribelli non mi hanno presa e sono riuscita a salvare anche i miei figli. Poi ho fatto i test e ho scoperto di essere sieropositiva: ora sono in trattamento antiretrovirale».
Sistema un lembo del proprio abito blu con decorazioni bianche; tra le pieghe cerulee si intravede il gonfiore del ventre causato dai medicinali, ma non perde tempo a lamentarsi. «Vedi, questo vestito l'ho fatto io, perché mi hanno insegnato a cucire. Da quando sono qui ho imparato tutto: amare me stessa, vivere con serenità la malattia, non avere paura; qui ho imparato persino l'inglese che sto usando con te. E poi sono anche nella squadra di calcio del Centro e faccio le collane: sai che cosa usiamo? Le copertine delle riviste che si comprano al supermercato, così facciamo anche noi un piccolo mercato e possiamo sostenere i nostri figli: io ne ho quattro. Sai una cosa? Non solo la mia libertà, ma anche la mia felicità passano attraverso il Meeting Point International».
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