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USA/ Obama inaugura il ministero della fede: forse uno stato meno laico?

Pubblicazione:venerdì 13 febbraio 2009

Obama_pastore_WarrenR375_12feb09.jpg (Foto)

Leggendo contemporaneamente i giornali italiani e quelli americani in questi giorni, salta all’occhio uno stridente contrasto: mentre in Italia il Presidente della Repubblica rifiuta di firmare un decreto legge presentato dal Presidente del Consiglio in nome della laicità dello Stato e ci si straccia le vesti di fronte alla supposta ingerenza dei Vescovi nel dibattito pubblico, il presidente degli Stati Uniti inaugura con grande fanfara mediatica il ministero delle iniziative basate sulla fede, dopo aver invitato il pastore evangelico Rick Warren a pregare a suo nome durante la cerimonia di inaugurazione, e dopo aver partecipato a numerose cerimonie ufficiali di preghiera. Cosa sta succedendo? Forse gli Stati Uniti hanno smesso di essere un paese laico? Non era Bush l’integralista religioso? E Obama non dovrebbe fare qualcosa “di sinistra”?

È opportuno, a questo proposito, ripercorrere per accenni la storia del concetto di laicità dello Stato (o della separazione fra Stato e Chiesa), partendo dalla sua origine, ovvero dall’editto di Costantino (313), che garantiva “ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che a ciascuno apparisse preferibile”, rinunciando, per la prima volta nella storia, all’imposizione di una religione di Stato. Nella formazione giuridica dell’editto di Milano, “la reverenza offerta alla Divinità” viene menzionata esplicitamente “tra le cose che potevano portare vantaggio all'umanità” e quindi all’Impero: la laicità dello Stato viene quindi stabilita come tutela della libertà religiosa dell’individuo, a vantaggio dello Stato stesso. Questa intuizione rivoluzionaria di Costantino sarà destinata ad una storia complessa e laboriosa, che porterà alla fine alla lotta per le investiture e al concordato di Worms (1122), nel quale saranno gettate le basi per la moderna separazione fra Stato e Chiesa.

Le due grandi rivoluzioni del XVIII secolo (quella americana del 1775 e quella francese del 1789) diedero risposte completamente diverse alla problematica del rapporto fra Stato e Chiesa: la laicité francese si concretizzò nella confisca dei beni ecclesiastici, nella persecuzione di religiosi e semplici fedeli e nella distruzione di uno sterminato patrimonio monastico; al contrario, la Dichiarazione di Indipendenza americana pose la libertà religiosa a fondamento della nascente nazione (tra l’altro servendosi di una formulazione sorprendentemente simile a quella di Costantino) e la susseguente carta costituzionale istituì una serie di meccanismi atti a garantire la separazione fra Stato e Chiesa: non per escludere la Chiesa dal dibattito pubblico, ma anzi per proteggere l’indipendenza delle istituzioni religiose dal controllo degli Stati e del governo. Questo ci fa capire come negli Stati Uniti nessuno si scandalizzi per le preghiere o le iniziative “basate sulla fede” di Obama, che sarebbero ormai impensabili in Europa.

La dialettica fra lo Stato e i diritti fondamentali dell’individuo è tuttora irrisolta nel Vecchio Continente: da un lato c’è chi vorrebbe riconoscere gli Stati come sorgente unica dei diritti dei cittadini, negando ad altri interlocutori la possibilità di intervenire nel dibattito e cancellando eventualmente la tradizione religiosa che sta alla base dell’Europa stessa; dall’altro c’è chi vorrebbe affermare l’esistenza a priori di un certo nucleo di diritti fondamentali dell’individuo, non decisi dagli Stati ma dei quali gli Stati dovrebbero farsi garanti, riconoscendo l’appartenenza religiosa come fattore fondamentale del dibattito civile e legislativo. L’Italia, grazie al suo legame straordinario con la Chiesa Cattolica, si trova in modo drammatico davanti a questo bivio: e presto dovrà scegliere se abbracciare un concetto astratto di laicità, che si fa nemico della propria tradizione e della propria identità, o se costruire un autentico Stato laico, basato sulla difesa dell’esperienza cristiana tra le cose che possono portare vantaggio all'umanità.



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COMMENTI
13/02/2009 - Per il momento non è ministero della fede, ma ... (Dario Chiesa)

In realtà, almeno per il momento, ciò che sta istituendo Obama non è un “ministero della fede”, bensì un più semplice dicastero delle “iniziative basate sulla fede”. È il proseguimento dei “faith-based programs” lanciati da Bush, che già in campagna elettorale aveva dichiarato di voler rafforzare. Bush era stato attaccato, anche su base costituzionale, perché questi programmi potevano introdurre discriminazioni su base religiosa: l’ente destinatario di fondi federali per un suo programma avrebbe potuto escluderne gli appartenenti ad altre confessioni. Qualcuno si era spinto fino a parlare di “faith-based socialism”, mentre altri segnalavano il rischio di una perdita di libertà delle organizzazioni religiose. Qui è il punto critico su cui valutare i due approcci. Bush riconosceva il ruolo “pubblico” delle organizzazioni religiose e il loro diritto a sovvenzioni federali per i programmi ritenuti utili dal governo, evitando così di essere discriminate proprio perché “faith-based”. Obama sembrerebbe voler riportare queste iniziative sotto lo stretto controllo dell’Amministrazione, con il rischio di una sorta, aoppunto, di “ ministero del culto”, all’europea, come dice Crema. Rimane però intatto, a mio parere, il discorso sulla diversa concezione della laicità dello Stato sulle due sponde dell’Atlantico

 
13/02/2009 - Ministero della fe... che?!?! (Luigi Crema)

Lo stato non si deve occupare di certe cose. Cuius regio, eius religio: da lì si cominciarono a truccare le carte su certe questioni. Lo stato, il territorio, il politico, non ha una primazia "divina" su tutto il resto. La Chiesa se tenesse lo stesso atteggiamento dovrebbe fondare "il dicastero della politica", ma è più rispettosa e più laica di quanto si dica. Ma siamo impazziti? Questa di Obama è esattamente la prima mossa "à la" europea, nel senso peggiore dei termini.