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IRLANDA/ La Tigre Celtica, un enorme trucco basato sulla fiducia (2)

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Se riuscissimo a liberarci dell’egemonia linguistica degli economisti, banchieri e politici che ci hanno portato nell’attuale difficile situazione, cominceremmo a capire che eravamo tutti prigionieri di un’illusione collettiva, in cui il denaro finiva per non aver altro significato che quello di una palla in un gioco gigantesco dove il vincitore prendeva tutto quello che poteva e il diavolo l’ultima posta.

 

Si capirebbe che la Tigre Celtica era un enorme trucco basato sulla fiducia, dove l’illusione di ricchezza era creata con l’aiuto del credito e del debito. Potremmo vedere che non solo non avevamo un’economia di successo, ma che non vi era neppure alcuna economia irlandese che potesse avere successo. Avevamo affittato il nostro territorio al capitale e all’industria straniera, a un economia da “cuculo nel nido”, che ci ha permesso di pareggiare i nostri conti per un po’. Ora il cuculo è in procinto di volar via.

 

Ciò pone domande che vanno molto al di là dell’economia, perfino oltre la politica. Innanzitutto, in un sistema economico che usa la lotteria come suo motore, può esserci una relazione precisa tra lavoro e ricompensa? Si può parlare di moralità del denaro? Qual è il significato della prosperità? Si può descrivere qualcuno come sicuramente ricco?

 

Forse l’aver sperimentato questo collasso improvviso ci metterà in grado di riconsiderare il rapporto tra ciò che facciamo e ciò che vogliamo. Quando ero ragazzo, mio padre e i suoi compagni usavano il termine “lavoratore” non come una definizione ideologica, ma come un termine di apprezzamento. Per loro, descrivere uno come “un grande lavoratore” era la lode ultima, il riconoscimento di una qualità che eliminava quasi ogni altro difetto. Dire di uno che era “un buon lavoratore”, ne descriveva il carattere più che la sua utilità lavorativa. Questi uomini semplici avevano capito il paradosso per cui solo nel lavoro un uomo è veramente libero.

 

Questo modo di vedere è stato ormai da molto superato dall’opinione comune che relega il lavoro a un ruolo subordinato nella nostra vita economica, suggerendone una sostanziale irrilevanza rispetto all’attività di banchieri e operatori di Borsa. Un sintomo centrale della nostra difficoltà attuale è che nessuno parla più del lavoro come di qualcosa che ha valore in sé, ma come di un’attività alla mercé di processi più “importanti”. Molti lavoratori hanno rinunciato a qualsiasi sentimento di identificazione con quello che fanno. La personalità non è più legata al lavoro, ma con ciò che si fa quando non si lavora. Il lavoro è un impedimento, al più un mezzo per un fine, ma la vera vita è il tempo libero.

 

Qualche anno fa incontrai un mio conoscente che, a quarant’anni, stava per andare in pensione. Gli chiesi cosa pensava di fare del tempo che avrebbe avuto a disposizione e lui mi descrisse quella che sembrava in pratica una ricreazione senza fine. Portò a termine questo suo progetto e qualche anno dopo si uccise. Penso si fosse fatto l’idea della vita senza lavoro come di un unico, lungo weekend.

 

Pensare che il significato della libertà sia riposto solo nel tempo libero, significa creare confusione e frustrazione, e ridurre la vita lavorativa a un peso sopportato solo per guadagnare un compenso. Abbiamo perso l’idea del lavoro come qualcosa di valido in sé, come un’espressione del desiderio e dell’identità umana, come il granello attorno al quale si forma la perla della vita umana. Questo è quanto stiamo pagando ora. Lo sconquasso finanziario è la conseguenza finale di molti anni di concezione deformata della vita e del lavoro, proprio come il suicidio del mio amico è stato l’esito della constatazione che non si può ingannare la realtà.

 

Siamo al culmine di un periodo in cui si è immaginato che lo scopo del lavoro fosse semplicemente di fare abbastanza soldi da non dover più lavorare. Invece di riflettere sul significato del lavoro, si è messo l’accento su banche, azioni e tassi di interesse, elevando il gergo del mercato a una specie di lingua sacra, mediante la quale si è sperato di accedere alla natura della realtà. Il desiderio di cancellare la naturale paura per il futuro ha dato luogo a una massiccia astrazione, ora crollata come un castello di carte.

 

La nostra società ha finito per credere non solo in un weekend senza fine, ma anche che la ricchezza potesse venire fuori dal nulla, per magia. Il centro dell’economia si è spostato da un processo impegno-ricompensa a un qualcosa non molto dissimile dal gioco d’azzardo, in cui ai lavoratori si offrivano prestiti a basso tasso di interesse invece che salari decenti. Molti di noi sono caduti in questa illusione, cullandosi a lungo sull’idea che le nostre case potessero “guadagnare” più di noi stessi. Adesso è evidente: le case non guadagnano niente, stanno lì e poi cadono.

 

Questo è il contesto in cui abbiamo “vissuto oltre i nostri mezzi”: abbiamo perso la relazione tra impegno e ricompensa, tra lavoro e soddisfazione. Non penso che l’avidità sia il problema: avidità è solo un termine peggiorativo, ideologico per il desiderio che non comprende se stesso. Il vero problema è che le nostre economie sono state smontate e rimesse insieme nel modo sbagliato, più al servizio di una economia truccata che come strumenti e condizioni per il lavoro umano. Noi, a nostra volta, siamo rimasti affascinati da questo linguaggio e abbiamo dimenticato il vero significato della vita.

 

Una seconda serie di domande riguarda la capacità di autodiagnosi nei periodi di prosperità economica. Dato che il successo economico dipende dalla fiducia, vi è una tendenza innata a evitare critiche quando un’economia sta volando, o così sembra. Questo consente di tenere la palla in aria ancora per un po’, ma porta ad atterraggi ancor più disastrosi.

 

La cosa veramente interessante che emerge dagli anni della Tigre conferma qualcosa notato per primo da John Kenneth Galbraith dopo la Grande Depressione: che le culture economiche di maggior successo sembrano largamente immuni da qualsiasi sistema di allarme basato su razionalità o scetticismo. In Irlanda vi furono voci di allarme, ma furono ignorate, anzi, ridotte al silenzio. In retrospettiva, in diversi casi si potrebbe parlare di una criminale incoscienza; tuttavia, che scelta si poteva avere? Quando non si è architetti del proprio destino, tutto quello che si può fare è tenere la palla in gioco il più possibile.

 

Queste sono lezioni dure e che toccano diversi aspetti: la qualità del dibattito pubblico, la tendenza alla hybris generata dal successo, la fragilità dei sistemi in cui riponiamo la fiducia per il futuro. Ci sono anche lezioni sulla politica e sulla intrinseca difficoltà derivante dalla necessità per i politici di ottenere consenso. Nel nostro caso, questo ha portato senza dubbio a ritardare, con giochi di prestigio, la resa dei conti.

 

Forse la lezione più importante è però relativa a come ci consideriamo noi stessi e cosa questo ci dice sul nostro rapporto con la realtà. Per secoli noi irlandesi ci siamo apprezzati, in modo perverso, per il nostro disprezzo per i beni materiali, scoprendo il fianco all’accusa che questo disprezzo avesse più a che fare con l’uva acerba che con il vero ascetismo. Disprezzavamo il materialismo solo perché non avevamo niente.

 

Gli anni della Tigre Celtica non ci hanno lasciato alcun dubbio che il nostro atteggiamento verso il denaro fosse fasullo, ma la vera lezione è la tendenza del desiderio dell’uomo a cercare soddisfazione nei giochini e nei gingilli del mercato, piuttosto che ai piedi del Signore.

 

(2. Fine)



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