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USA/ Obama e la scuola: retorica o vero cambiamento?

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«Per decenni», ha ricordato il presidente Barack Obama il 10 marzo alla Camera di Commercio Ispanica, comunicando le sue preoccupazioni sui problemi dell’educazione, «Washington è rimasta intrappolata in “dibattiti stantii” che hanno paralizzato il progresso e perpetuato il declino del nostro sistema educativo».

 

Proprio come durante la campagna elettorale, dove l’idea della scelta era incoraggiata dal nostro presidente fino a che non era centrata sul comportamento dei genitori su dove educare i propri figli, così ora tutti i termini del “dibattito stantio” vengono ancora una volta ripetuti. «Abbiamo lasciato peggiorare il livello delle nostre classi, le nostre scuole si sgretolano, la qualità dei nostri insegnanti non è all’altezza del compito…», con l’aggiunta di luoghi comuni come: «Il futuro appartiene alla nazione che sa meglio educare i propri cittadini… Noi abbiamo un’eredità di eccellenza…». E poi le statistiche: «In matematica, nel grado ottavo (l’ultimo anno della scuola media), siamo scesi al nono posto (nel mondo). Gli studenti delle medie di Singapore battono i nostri tre a uno. Solo un terzo dei nostri ragazzi tra i 13 e i 14 anni sa leggere come dovrebbe…».

 

Dove è la crepa nel muro di tutta questa ripetitività? «Invito i nostri governatori e i responsabili dell’istruzione nei vari stati a sviluppare standard e criteri di valutazione che non misurino solo se gli studenti sanno riempire la scheda di un test, ma se possiedono le capacità che il ventunesimo secolo richiede, quali la capacità di risolvere i problemi, il pensiero critico, l’imprenditorialità e la creatività», ha continuato Obama.

 

Stesse idee di prima, differente confezionamento: ancora una volta standard più elevati, maggiori promesse, ma solo adesso, di finanziamento per No Child Left Behind, con l’assicurazione «che le sovvenzioni saranno legate ai risultati». È proprio questa l’impostazione che ha portato molti avversari dei Repubblicani a criticare le posizioni sull’educazione della passata amministrazione, accusata di essere troppo dura nel pretendere risultati senza, però, una forte volontà di finanziarli.

 

Come Obama, anche Bush si lamentava che i sindacati sostenessero il peso morto rappresentato dagli insegnanti incapaci o che non facevano il proprio lavoro, pur mantenendo stipendi alti e posizioni ambite, e aveva appunto scelto di modificare la situazione ponendo standard più elevati e criteri di valutazione, che comprendevano le capacità che Obama indica e non solo la compilazione delle schede dei test.

 

Nei miei venti anni di insegnamento, ho incontrato molte persone contrarie alla presunta posizione repubblicana o conservatrice sull’educazione, sulla base di una posizione aprioristica, un cliché si potrebbe dire, che portava a escludere che Repubblicani o conservatori potessero considerare negli standard alcun tipo di pensiero o creatività di un certo livello. La mia impressione è che nel loro modo di pensare, l’idea di conservatorismo, religioso o politico, fosse collegata all’adesione a una tradizione morale, cosa che non può non essere messa in discussione se uno vuole avere a che fare con un più alto livello di pensiero e creatività. In termini più terra a terra: i conservatori sono stupidi, perché aderire a una tradizione implica la rinuncia a pensare in modo autonomo.

 

Prudentemente, Obama sottolinea di nuovo «una maggior capacità di rendiconto», invitando gli stati a rivedere le regole delle convenzioni con le scuole e «ad abolire i tetti al numero delle charter schools disponibili».

 

Potrei continuare a elencare le somiglianze e le differenze sfumate tra la posizione di questa nuova amministrazione e quella della precedente. Vorrei piuttosto evidenziare un punto: prendete una copia della Torah e leggete la storia di Israele dal racconto della creazione fino alla morte di Mosè e diverrà chiara una cosa, cioè che ogni volta che una nazione diventa troppo sicura di sé e smette di cercare, tradisce la propria origine ed è sconfitta dai suoi nemici. O, per porre la questione nei termini odierni, qualunque sia l’inclinazione ideologica del potere esecutivo e legislativo negli Stati Uniti, nessun distacco nei risultati della lettura o della matematica potrà essere colmato se prima la nazione non educa al più fondamentale dei bisogni: il bisogno del significato e di quello cui il cuore umano è portato una volta che lo affronta. In questo senso, la riforma dell’educazione deve partire dall’alto: allora, e solo allora, la riforma potrà arrivare giù, fino ai giovani.



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