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VIA CRUCIS/ 6. Tra le strade di Washington il segno di un'altra libertà possibile

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Era previsto un venerdì piovoso, invece una brezza inattesa ha raffreddato le vie di Southeast D.C. e ha trasformato la giornata in uno di quei giorni freddi ma umidi, tipici di Washington, pronostico di un’umida estate. I rami neri degli alberi erano come illuminati da piccoli germogli di un timido verde e i dipendenti del Giardino Botanico erano già fuori a coprire e invasare i crocus e i narcisi che per molti rappresentano i segni inequivocabili che la Pasqua è arrivata.

 

“Questa è la storia di un amore così potente, così intenso, che spezza qualunque vincolo che mi tenga separato da Lui” ha detto l’Arcivescovo Donald Wuerl ai partecipanti all’annuale Via Crucis del Venerdì Santo sul the National Mall. La processione, partita dalla parrocchia di San Pietro, all’angolo tra il Campidoglio e la Biblioteca del Congresso, è iniziata con l’esecuzione da parte del coro di Comunione e Liberazione di “Amicus Meus” di Da Vittoria e ai partecipanti è stato ricordato, con la lettura delle Meditazioni del Venerdì Santo di Mons. Luigi Giussani, che l’avvenimento della Croce è contemporaneo alla nostra esperienza ora, non è il ricordo di un’antica tradizione. Affermazione ripresa dall’Arcivescovo Wuerl quando nella sua introduzione ha aggiunto: "Cosa significa ‘prendere la croce’? Significa la possibilità di rinnovare il volto della Terra introducendo l’amore di Dio come qualcosa di reale, presente, che è con noi ora. Ecco perché passo dopo passo, attraverso questa capitale, questa croce è un segno che possiede la capacità di trasformare l’intero paese, e questo inizia da ciascuno di noi.”

 

Per testimoniare tutto ciò personalmente, Sua Eccellenza ha preso la testa della processione dietro la croce, con Barry Stohlman responsabile della comunità di D.C., continuando con loro mentre uscivano dalla chiesa e cominciavano a dirigersi verso Capitol Hill, probabilmente l’area più “artistica” della città, con marciapiedi di mattoni e case a due piani di stile coloniale, tutte con davanti un bel giardino. Davanti a una di queste, chiaramente di pregio, vi era un segno dell’attuale crisi, e cioè un cartello di vendita con “prezzo ridotto” scritto a caratteri cubitali.

 

A parte i lampeggianti e i sibili e le voci che provenivano dalle radio delle macchine della polizia metropolitana che ci scortavano, il quartiere era silenzioso e le case chiuse, dato che molti dei loro abitanti erano al lavoro nei molti uffici governativi rimasti aperti. Due poliziotti, entrambi afroamericani, non di quelli che ci scortavano ma in normale servizio di guardia agli accessi al Campidoglio, hanno manifestato il loro rispetto con un segno e un sorriso: forse anche loro, come alcuni muratori bianchi al cui fianco siamo passati, se avessero potuto si sarebbero uniti alla processione.

 

L’Arcivescovo è rimasto fino alla prima Stazione, di fronte al Capitol Building, dove il coro, guidato dallo scienziato Massimo Robberto e dalla direttrice del coro Margaret McCarthy, cantava “Crux Fidelis” seguito da “De la crudel morte del Cristo”. I partecipanti, più di duecento, comprendevano madri con bambini piccoli e anziani in carrozzella, gruppi di suore che si erano aggregate e una miriade di studenti delle superiori e universitari. Tra di loro anche giornalisti delle testate locali e un fotografo della European Pressphoto Agency.

 

Da qui, per le successive Stazioni, la processione ha proseguito in fila per due per tutto il Mall fino a raggiungere l’obelisco di pietra bianca conosciuto come il Washington Monument. Qui i turisti con visiere parasole con la bandiera americana, o con i figli vestiti di rosso, bianco e blu, venuti a onorare la libertà che l’America e i suoi monumenti simboleggiano, si sono trovati di fronte alla realtà di un’altra possibilità di libertà, resa visibile dalle parole e dai canti e nelle facce e nei modi dei partecipanti che erano lì per ricordare alla capitale degli Stati Uniti che un’altra, più grande libertà era già stata guadagnata per loro, anni prima della Rivoluzione, e che ogni desiderio duraturo di libertà doveva iniziare da qui.

 

(Dino D’Agata)



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