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RWANDA/ A 15 anni dal genocidio le storie e le voci dal campo

Nell’aprile del 1994 si consumava la tragedia nel paese africano. ELISABETTA PONZONE raccoglie le storie di chi c’era, mostrando come sia cambiata la situazione, anche grazie all’impegno di alcune persone

Rwanda_CentroAVSIR375.jpg (Foto)

Antoine aveva 8 anni nel 1994 quando si consumò il genocidio in Rwanda. Il bambino fu ritrovato da Giovanni Galli, neuro-psichiatra, appollaiato su un albero, vicino a un orfanotrofio. Rimase lassù, sull’albero, per tre giorni. Senza parlare, senza voler scendere. Tremava come una foglia. L’inferno era passato sotto i suoi occhi e lui ne era uscito apparentemente indenne. Il corpo aveva resistito, ma non altrettanto la sua mente, percorsa ancora da spaventosi incubi. Piano piano medici e psicologi aiutarono Antoine a riscoprire la bellezza della vita e ad averne nuovamente fiducia e con il sostegno a distanza il bambino riprese anche ad andare a scuola. Nel 2004 - dieci anni dopo il genocidio - Antoine si è diplomato: geometra. Alla cerimonia i suoi occhi brillavano di felicità. «Ringrazio AVSI che mi ha permesso di diventare quello che sono oggi. Ma soprattutto ringrazio la famiglia italiana così lontana, ma vicina col cuore, che mi ha sempre accompagnato lungo il mio cammino educativo».

 

Aprile 2009: a 15 anni dal genocidio rwandese, centinaia di presunti responsabili sono ancora latitanti. Sono queste le prime righe battute in questi giorni dalle agenzie di stampa internazionali ricordando quei terribili giorni dove almeno 800mila persone morirono in cento giorni, tra aprile e luglio del 1994. Nonostante sia un Paese in grande ripresa, il Rwanda è ancora troppo spesso ricordato solo per il suo genocidio. Negli ultimi anni la sua economia ha viaggiato raggiungendo una crescita dell’8% del Prodotto interno lordo. Per i consiglieri di Barack Obama le nazioni del continente più povero garantiscono proprio i margini di profitto più alti al mondo. Secondo il settimanale Time “Africa is becoming a business destination”. L’Africa sta diventando una meta d’investimenti. «Nel 2006 - si legge - gli investimenti stranieri nel continente hanno raggiunto i 48 miliardi di dollari, superando, per la prima volta, gli aiuti internazionali».

 

Se prima del genocidio era considerata come la Svizzera d’Africa, secondo l’Unicef il Rwanda è una nazione dove il 70% dei bambini soffre di malnutrizione. E dove il divario tra ricchi e poveri sembra allargarsi sempre di più. «Basta andare all’aeroporto di Kigali o cercare una camera in affitto in un hotel per rendersi conto di cosa significhi ricordare il genocidio - racconta Marco Perini, ora in Libano per AVSI, ma cinque anni fa a Kigali per il grande anniversario- taccuini ovunque, macchine fotografiche di ogni tipo, giacche blu e macchine nere a tutta velocità. Kigali oggi è un susseguirsi di cantieri per palazzi in costruzione, senza buchi nelle strade principali, con tanti divieti di sosta e con l’ordine di sfratto per chi abita in case indecorose. Ma questo non è il Rwanda della gente comune che meno parla del genocidio meglio sta e non è neppure il Rwanda della pandemia Aids e della malaria che è ancora la prima causa di morte».

 

«In Rwanda come in tutti i 39 paesi del mondo nei quali siamo presenti da 30 anni - afferma Alberto Piatti, Segretario Generale della Fondazione AVSI appena rientrato da una missione in Africa - la fatica del lavoro ci ha insegnato che è necessaria una cooperazione con i popoli, perché possano costruire un mondo migliore là dove sono, senza dover lasciare tutto. La missione di AVSI è promuovere la dignità della persona; solo percependo il proprio valore, l’essere umano si sente libero, indipendentemente dalla situazione storico-culturale in cui si trova, e normalmente si muove prendendo iniziative per migliorare la situazione stessa. In una parola: diventa “protagonista”. Protagonista della propria vita e scintilla dello sviluppo, capace di stimolare e proporre un clima di dialogo per la pace e la fraternità».

 

Ma cosa ricorda di quei tragici giorni chi c’era? Abbiamo raggiunto cooperanti e volontari di AVSI che allora hanno visto l’orrore e che non potranno mai dimenticare. Testimonianze di chi ha scelto di condividere con la gente del Rwanda bisogni e necessità ed è certa che la vita possa andare avanti.

 

«Ricordo bene quei giorni. Allora lavoravo per Unicef in Uganda e fui incaricato di coordinare l’operazione più tremenda della mia carriera - afferma da Kampala Filippo Ciantia, medico, in Africa da 30 anni con la famiglia, rappresentante di AVSI per la Regione dei Grandi Laghi - Dovevo organizzare il recupero dei corpi di donne e bambini che scendevano il fiume Akagera, entravano nel lago Vittoria e raggiungevano con le correnti le rive ugandesi. Alla fine dell’intervento furono recuperate 10.700 salme. AVSI allora guidata qui a Kampala dal dottor Gianrenato Riccioni che subito si rese disponibile ad entrare in Rwanda con un gruppo di ugandesi che, per la loro origine, conoscevano la lingua e il territorio».

 

Giovanni Galli, 50 anni, è medico psichiatra e neurologo nell’Azienda Ospedaliera di Desenzano, in provincia di Brescia. Durante il genocidio in Rwanda decise di partire per portare una carovana di aiuti sanitari e di prima necessità all’orfanotrofio di Nyanza, nel sud est del Paese. Ci rimase fino al 1996 per curare i bambini orfani o abbandonati. «Mentre ci stavamo dirigendo verso il confine ruandese, ancora in Uganda, con tutto il carico per i bambini dell’orfanotrofio, fummo assaltati da un gruppo di banditi armati che ci derubò di tutto. Eravamo disperati. Ritornammo a Kampala, nella capitale ugandese, e lì incontrammo AVSI, che ci aiutò a riorganizzare il carico e ripartire con i loro mezzi. Appena varcammo il confine la prima cosa che mi colpì fu l’odore nauseabondo di morte dei cadaveri sparsi lungo le strade. Era disarmante vedere l’espressione e lo sguardo perso nel vuoto dei sopravvissuti».

 

«Ero tornata dalla Nigeria da alcuni anni e lavoravo nell’ospedale di Vimercate - ricordaChiara Mezzalira, pediatra, in Africa per vent’anni - Quando ho saputo del genocidio ho chiesto un’aspettativa di 7 mesi e sono partita per il Rwanda. Ricordo in particolare un ingegnere a cui avevano ucciso la moglie davanti ai suoi occhi, non dimenticherò mai il suo sguardo. Erano mesi che stava cercando i suoi figli, finché li trovò nell’orfanotrofio dove operavamo noi, a Nyanza».

 

Lucia Castelli, medico pediatra, già coordinatrice del programma per il recupero psicosociale degli ex bambini soldato in Nord Uganda, ora responsabile di un progetto regionale socio educativo di AVSI, in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà, che sta migliorando la vita a più di 12mila bambini, le loro famiglie e comunità in Uganda, Kenya, Costa d’Avorio e Rwanda, non ha mai dimenticato i bambini incontrati all’orfanotrofio. «Ce n’erano più di 800. Ricordo Felix, 10 anni, che aveva ricevuto un colpo di panga in testa e la ferita non si rimarginava mai. I genitori erano stati uccisi e da quel giorno non parlava quasi più e non voleva stare con gli altri bambini. L’abbiamo curato, gli abbiamo dato un quaderno e gli ho chiesto di scrivere ogni giorno un pensiero e fare un disegno. Dopo due settimane è stato inserito in un gruppo con altri bambini. E dopo un altro mese era una persona diversa! Qualcuno gli aveva mostrato un interesse, gli aveva mostrato di volergli bene. In Rwanda ho imparato una cosa: che il mio stare con quei bambini era importante perché mostravo loro che c’era ancora qualcuno che gli voleva bene. Non perché salvavo le loro vite».

 

Giovanni Galli nonriesce a dimenticare neppure Dusabe, che allora aveva 10 anni: «Era stata gettata all’interno dell’orfanotrofio dalle mani disperate della mamma in fuga dai massacratori. Il suo sguardo pieno di terrore accompagnava il suo rifiuto a vivere rimanendo silenziosamente distesa sul materasso senza volersi alimentare. Ci sono volute settimane di lunghi silenzi accanto a lei medicandole le piaghe, affinché si rendesse conto di potersi fidare di me. Un pomeriggio prese la mia mano e l’appoggiò sulla sua testa in senso di fiducia e affetto. Per noi tutti, allora come oggi, era chiaro: non c’è pace nel futuro dell’umanità se non c’è pace nella mente dei bambini».

 

Per AVSI, oggi, questo anniversario, più che generare un rimorso o una breve emozione, esprime un rinnovato impegno nel sostenere la speranza della gente, nelle situazioni più difficili e drammatiche. “Nel lavorare in un paese come il Rwanda con un passato così pesante - sottolinea Alberto Piatti - è stato fondamentale restituire alle persone la possibilità di recuperare la loro umanità offesa, ma non uccisa. E questo è stato possibile solo attraverso il rapporto personale, attraverso un incontro umano che ha saputo risvegliare il desiderio di vita e l’esigenza di un significato dell’esistenza, costringendoci a pronunciare e a praticare la grande parola introdotta dal cristianesimo nella storia: il perdono».

 

AVSI è presente in Rwanda dal 1994, anno del genocidio. «Ciò che è necessario, ancora oggi, è occuparsi delle conseguenze del genocidio. E questo significa occuparsi della vita, e del valore della vita», afferma Lucia Castelli. AVSI lo fa in molti modi e con diversi progetti. Uno di questi è il Centro nutrizionale di Humure, nel distretto di Gatsibo, dove le mamme hanno imparato che c’è una possibilità in più per sé e per i propri figli. “Qui si insegna a gruppi di venti donne per volta - spiega da Kigali Riccardo Bevilacqua, rappresentate di AVSI in Rwanda - a coltivare la terra con i mezzi più appropriati e a variare l’alimentazione con pomodori, melanzane, zucchine e broccoli, da affiancare alla tradizionale manioca con i fagioli». Ma, soprattutto, ad Humure si impara a far gruppo, a stare insieme, ad avere nuovamente fiducia negli altri.

 

Le donne che arrivano qui scendono dalle mille verdi colline del Paese con i loro bambini spesso con gravi problemi di denutrizione. Mentre i piccoli vengono seguiti dal dottore nel Centro di sanità, le loro mamme, per due volte alla settimana, partecipano a lezioni di un agronomo nell’orto comunitario. Alla fine del corso non solo si dividono il raccolto ottenuto, ma ricevono anche un kit di strumenti e di semi per poter replicare a casa quanto appreso. «Ogni anno sono circa duecento le donne che riusciamo a seguire».

 

L’effetto più interessante di questo nuovo approccio, replicato anche per quanto riguarda l’allevamento di animali e adottato anche dalle autorità locali come vera e propria politica governativa, è l’indipendenza che le stesse mamme riescono col tempo a conseguire. «Basti pensare - osserva ancora Bevilacqua - che dal 2000 ad oggi AVSI ha favorito la nascita di almeno sei associazioni locali, ognuna formata da circa 100-130 persone, che riescono ad autogestirsi completamente». Si coltiva insieme, si mangia quanto raccolto senza necessità di sottostare ai capricci del mercato, e si riesce magari anche a rivendere localmente quanto non serve per l’autosussistenza. È un grande risultato: in questo modo le persone non ricevono più un aiuto in maniera passiva, ma sono, finalmente, artefici del proprio destino.

 

(Elisabetta Ponzone)

 

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