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USA/ Il nuovo “consiglio per le donne” creato da Obama, un reale passo avanti per le mamme?

Pubblicazione:sabato 30 maggio 2009

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Nel turbine di commenti sui primi 100 giorni, molte azioni del presidente Obama sono passate un po’ sotto silenzio, tra cui la creazione di un Consiglio per le donne con la sua amica intima Valerie Jarrett come senior advisor. Il nuovo Consiglio è stato descritto dalla Casa Bianca come «una risposta federale coordinata alle sfide con cui si confrontano donne e ragazze al fine di assicurare che tutte le istituzioni governative prendano in considerazione l’impatto sulle donne e le famiglie delle loro politiche e dei loro programmi». Se qualcuno si chiedesse cosa significa questo “impatto”, il presidente ha chiarito che si riferiva all’uguaglianza di accesso. Citando l’incompleta “lotta per l’uguaglianza”, e le proprie figlie, ha aggiunto: «Ora tocca a noi assicurare che le nostre figlie e nipoti non abbiano alcun limite ai loro sogni, alcun ostacolo ai loro successi». E richiamando l’esperienza di sua moglie, ha giustificato la creazione di questo nuovo Consiglio solo in base alla esperienza delle donne nell’essere «combattute irrequietamente» tra lavoro e famiglia.

 

Dando uno sguardo alle donne che attorniano il presidente nelle foto, incluse Nancy Pelosi, Barbara Boxer, e altre appartenenti al Congressional Women’s Caucus (N.d.R. organizzazione bipartisan del Congresso), ci si potrebbe ragionevolmente domandare che tipo di consigli arriveranno al presidente. Comprenderanno più servizi per la salute e per la riproduzione e per un’assistenza diurna sicura e professionale, insieme a un’istruzione prevista fin dalla prima infanzia, con assistenza nel doposcuola e a un anno scolastico più lungo per le donne che hanno bambini, ma non possono stare con loro? Tutto questo verrà finanziato con una maggiore tassazione che richiederà più doppi stipendi e quindi più assenza da casa? Non c’è bisogno di pensarci su molto per vedere che si tratta delle misure al centro dell’agenda politica di chi si sta occupando delle questioni femminili ( come Pelosi e Boxer). 

 

Data la preoccupazione predominante per l’uguaglianza sul posto di lavoro, soluzioni come queste hanno una certa logica: per poter essere lavoratrici “uguali”, “l’ineguale” attaccamento delle donne ai loro bambini deve essere diminuito o “assistito”. L’assistenza «sicura e professionale» ai bambini fa proprio questo, liberando le donne da sensi di colpa, anzi, con concetti come “tempo di qualità” e “arricchimento”, le donne finiranno per convincersi che stanno facendo la cosa migliore per i loro figli. Così il cuore irrequieto e spezzato si mette a posto, facendo spazio a una lavoratrice migliore, meno oppressa, pronta a prendere il treno.

 

Questo modo di definire e affrontare il problema delle donne non è inusuale, soprattutto quando si parla di disuguaglianza. L’uguaglianza, dopo tutto, ha lo scopo di appiattire le differenze, è la grande livella. E ha senza dubbio la sua funzione, per esempio per bilanciare l’acqua calda e quella fredda cosi che il bambino non sia né scottato, né gelato. C’è però qualcosa di piuttosto strano nell’intera faccenda dell’uguaglianza, specialmente se usata per risolvere problemi che riguardano le differenze tra i sessi. Di solito, l’eliminazione della differenza parte dall’assunto che essa sia un problema da superare e, ancora peggio, una questione di più o meno, di meglio o peggio. Così, quando “l’uguaglianza” viene utilizzata sulle differenze tra uomo e donna, si tenta di eliminare, più precisamente, la differenza della donna, la “minore”, come le “femministe della differenza” sottolineano; perché, dopo tutto, è la sua differenza che è problematica, che deve essere “disattivata” al fine di diventare uguale a lui, proprio come lui.

 

Se il problema dell’uomo e della donna dovesse essere sempre affrontato dentro la camicia di forza dei discorsi sull’uguaglianza, forse non vi sarebbe più nessun bimbo da mettere nella vasca da bagno e nessuna necessità di miscelare l’acqua!

 

Negli anni ’30 emerse nella vita pubblica attorno al presidente Franklin Delano Roosevelt un gruppo molto interessante di donne, il primo vero “consiglio delle donne” del quale faceva parte, tra molte altre, Frances Perkins, Segretario al lavoro (la prima donna a occupare una posizione nel Gabinetto presidenziale.) In contrasto con le femministe egualitarie dei loro giorni (e dei nostri) si opposero a ciò che consideravano la pericolosa astrattezza dei discorsi sull’uguaglianza applicata a uomini e donne. Erano le “Maternaliste” (tutte del Partito Democratico) e sostenevano che le differenze tra uomini e donne, compreso il diverso rapporto con il lavoro, non potevano essere equiparate ad altre differenze, come quelle tra padrone e servo che sottintendono un razzismo.

 

La differenza in questione non ha a che fare con superiorità e inferiorità, ma piuttosto con il tipo di rapporto che mette insieme un uomo e una donna in una casa, non tanto su un treno. Facevano quindi rilevare che mettere queste differenze nel tritacarne dell’uguaglianza avrebbe solo diffuso una specie di spaesamento culturale, con gli uomini sollevati dalle responsabilità, i bambini con molto meno tempo per stare con la propria madre e le donne sfruttate da industriali desiderosi di utilizare una massa ulteriore di efficienti lavoratori.  

 

Nel rigettare l’egualitarismo, le Maternaliste rifiutavano uno strumento diretto ad anestetizzare i nervi che, quando funzionano correttamente, portano gli uomini e le donne l’uno verso l’altra nel desiderio e verso una vita comune nella loro casa, con tutte le differenti implicazioni, soprattutto riguardo il lavoro e la famiglia. Considerando la diversità nei bisogni e nelle necessità di uomini e donne un prezioso vincolo da rafforzare (non da diminuire), le Maternaliste cercavano di dare aiuto a questi bisogni e responsabilità, anche attraverso la tassazione federale e le leggi sul lavoro, avendo per orizzonte madri, padri e figli insieme nella propria casa e non come attori indipendenti.

 

Non sarebbe grandioso se il presidente del nuovo New Deal avesse attorno a lui donne (e uomini) con questo approccio, che invece di mettere a tacere il dramma del cuore “spezzato” che si arrampica su per la scala sociale, lo guardassero direttamente in faccia? Potremmo anche cercare di vedere ciò che cerchiamo sugli scalini più alti di questa scala, ma non lo troveremmo: la felicità nella presenza di un altro. Forse Michelle Obama potrebbe condividere questo con il presidente: dopo tutto, lei ha appena trovato la sua strada verso casa, come (First) Lady della Casa. Il nuovo New Deal potrebbe avere allora una possibilità di essere un cosa buona per le madri (e i padri e i figli), per non parlare dell’economia che, alla fine, come “legge dell’oikos” ha a che fare con la casa.



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COMMENTI
30/05/2009 - non bisogna confondere (maria rita Polita)

il concetto di pari dignità e valore dell' uomo e della donna, con il concetto di "uguaglianza", concetto quest'ultimo che nega, "appiattisce", e "spalma nell'aria fritta" la ineliminabile differenza tra uomo e donna. Critico un poco invece, senza un dovuto sottolineato passaggio, l'automatica coincidenza tra "donna" e "mamma". Se pur il nostro appartenere al regno dei "mammiferi", conferma, in un certo senso, questo automatismo, la persona umana,nella sua totalità unificata di corpo e spirito, attinge ad Altro. In questo senso, l'enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che parla esclusivamente di paternità responsabile, non disprezza affatto, nè considera secondaria la maternità, proprio perchè pone la donna, qualsiasi donna, nella prospettiva della sponsalità. La femminilità per "fiorire" in pienezza, coincide con l'esultanza di Adamo, anche del Nuovo.