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MEDIO-ORIENTE/ Il processo di pace: tra retorica e giochi di parole

Pubblicazione:martedì 2 giugno 2009

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Nella recente visita al presidente degli Stati Uniti, il Primo ministro israeliano, Binyamin Netanyahu, ha posto una condizione preliminare alla ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi: il riconoscimento dello Stato di Israele come uno Stato ebreo. Questa richiesta si è aggiunta alla sua opposizione alla soluzione dei due Stati, una posizione che ha sottolineato in più occasioni e a diverse manifestazioni della destra a Gerusalemme nelle ultime settimane. Alla pressante richiesta del presidente Obama di cessare l’espansione degli insediamenti nei Territori, Netanyahu ha risposto con l’annuncio che saranno evacuati gli insediamenti considerati illegali.

 

Nel porre l’accento sulla serietà dell’impegno a evacuare gli insediamenti “illegali”, Netanyahu ha anche fatto presente la necessità da parte del governo di sostenere «la sistemazione della crescita naturale» degli insediamenti esistenti; al suo partito e all’opinione pubblica israeliana ha dichiarato che non soddisferà la richiesta di Obama in modo pieno. Questo tipo di dichiarazioni ambigue hanno permesso a gente come il signor Dayan, presidente dello Yesha Council (il Consiglio dei coloni), di affermare di non credere alla reale intenzione di Netanyahu di procedere allo smantellamento degli insediamenti.

 

Netanyahu può avere la preoccupazione della sicurezza di Israele e la sua precondizione può avere lo scopo di affermare la sovranità di Israele, ma ciò che sembra evidente è che si ha ancora una volta a che fare con un esercizio retorico e con il tentativo di mantenere il conflitto tra Israele e i palestinesi al livello ideologico, rifiutando nel contempo ogni discussione su un possibile ritorno dei profughi palestinesi in Israele.

 

In questo modo si riducono però le probabilità di riprendere i negoziati. Ciò è particolarmente grave se si considera che Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, sta lottando per affermare la propria legittimità e autorità non solo verso Hamas, ma anche all’interno di Fatah, il suo stesso partito, dove è stato criticato per la nomina a capo del governo palestinese di Salem Fayyad, un moderato già Primo ministro.

Non c’è da meravigliarsi, quindi, se a una domanda sul riconoscimento di Israele , il presidente palestinese ha replicato: «Non tocca a me dare una descrizione dello Stato. Si chiamino pure Repubblica Socialista Ebrea, non sono affari miei». La instabilità e le crescenti critiche tra le varie fazioni palestinesi e gli attacchi irragionevoli ad Abu Mazen rappresentano senza dubbio un fattore di arresto alla ripresa dei negoziati, ma le dichiarazioni di Netanyahu non sono certamente di aiuto.

 

Il problema principale rimane la difficoltà di Netanyahu a riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato indipendente e l’insistenza sul riconoscimento di Israele da parte dei palestinesi come uno Stato ebraico.

 

Durante il suo primo mandato, nel 1996, Netanyahu era rinomato per la sua politica dei “tre no”: nessun ritiro dalle Alture del Golan, nessuna discussione su Gerusalemme, nessun negoziato che prevedesse condizioni a priori. Sono tre principi che sembrerebbe voler seguire anche ora, anzi, aggiungendone un quarto: solo Israele può porre precondizioni ai negoziati. Anche se qualcuno potrebbe sostenere che il suo rifiuto a riconoscere il diritto dei palestinesi ad un loro Stato è un risultato del fallimento degli accordi con Arafat del 1998 e quindi del Trattato di Oslo, la storia insegna che anche i governi di destra devono cedere e negoziare. In fondo, allora, è stato proprio il governo di Netanyahu a restituire la maggior parte di Hebron al governo dell’Autorità palestinese.

 

(Marta Zaknoun)



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