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MEDIO ORIENTE/ 2. Caracciolo: ma ora Obama dovrà fare i conti con la realpolitik

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Il discorso del presidente americano Barack Obama al mondo arabo pronunciato dall’università del Cairo per la sua apertura nei confronti dei paesi musulmani non solo segna una rottura evidente con la precedente amministrazione repubblicana ma anche con la storia delle relazioni tra Stati Uniti e Medio Oriente. Obama ha dichiarato che «l’Islam è senza ombra di dubbio parte dell’America» con i suoi sette milioni di abitanti di fede musulmana, un numero superiore alla popolazione di alcuni paese arabi. Con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, analizziamo i passaggi più importanti del discorso del presidente americano.

 

Professor Caracciolo, il presidente Obama è davvero convinto che un modello di convivenza e di rispetto della libertà religiosa possa nel lungo periodo funzionare anche nei paesi arabi?

 

Penso che il presidente degli Stati Uniti creda davvero in quello che ha detto. Obama ha una visione universalista della politica: le divisioni di razza, religione, nazione non rappresentano delle barriere che possono eliminare in qualche modo la comune radice e i comuni valori di libertà che uniscono tutti gli essere umani. Se poi questo possa tradursi in una politica concreta è tutt’altro discorso.

 

Obama ha dichiarato come uno degli obiettivi prioritari per l’interesse americano, israeliano e internazionale, la costruzione di uno Stato palestinese. Il presidente andrà fino in fondo nell’adempimento di questo obiettivo?

 

Obama supporta senza dubbio la costruzione di uno Stato palestinese, ma non ci sono le condizioni per realizzarlo. Questo iato tra la sua volontà e i fatti sul terreno rischia di essere micidiale per Obama. Il governo israeliano attuale non ne vuole sapere di creare uno Stato palestinese e allo stesso tempo le forze terroristiche all’interno del territorio e della popolazione palestinese sono ancora molto forti e rifiutano l’esistenza stessa dello Stato d’Israele.

 

Obama può riuscire nel suo intento di un’alleanza tra l’Islam moderato e gli Stati Uniti nella ricerca di un “terreno comune” contro il fondamentalismo?

 

La categoria di alleanza appartiene alla politica, mentre l’Islam moderato è una categoria più dello spirito che della politica. Vi sono tanti islam quanti musulmani e soprattutto a livello politico vi sono grandissime differenze tra un paese a maggioranza musulmana e un altro. Insomma il Pakistan non è la Tunisia e la Turchia non è il Marocco. Per un leader politico che deve scegliere delle priorità e fare delle scelte, immaginarsi che esista un mondo arabo coeso a cui riferirsi e che invece non c’è può essere rischioso.

 

Se il dialogo che Obama vuol intraprendere con Iran e Hamas non dovesse dare risultati, è possibile che cerchi di tagliarli fuori con un’intesa con il primo ministro israeliano Nethanyahu per porre le fondamenta di uno Stato Palestinese?

 

È l’ultima cosa che Obama vorrebbe, ma è anche uno scenario plausibile. Se la sua attuale politica dovesse fallire, non è affatto da escludere questa eventualità.

 

Il discorso di Obama è stato pervaso da un accento religioso. La sua scelta di porre la religione come elemento di unità e non di divisione è stata lungimirante?

 

Può rappresentare un buon avvio, soprattutto per quanto riguarda l’opinione pubblica dei paesi del Medio Oriente. In quei paesi tuttavia decidono poche persone, i poteri formali e informali che detengono il controllo degli Stati. Dunque se l’azione di Obama non avrà un seguito politico la situazione in quei paesi resterà così come è.

 

 



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