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G8/ 2. Gli accordi sul clima? Ora è lo Xinjiang a “riscaldare” la Cina

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È stato il presidente Obama a definire «storico» l’accordo raggiunto sul clima: i paesi del G8 più quelli del G5 hanno trovato un accordo per la riduzione della temperatura di 2 gradi entro il 2020 e per un taglio delle emissioni del 50 per cento da qui al 2050. Ma Pechino, pur concordando sulla necessità tutelare l’ambiente, ha ritenuto troppo vincolanti le misure sulla riduzione delle emissioni, che costituirebbero un freno al suo sviluppo di paese emergente, e si è sottratta all’accordo. Ma non è una novità se si tiene presente la politica del gigante asiatico in tema ambientale.

 

La Cina ha preso tempo sulla riduzione delle emissioni inquinanti e il capo delegazione ha detto che i paesi più sviluppati devono tenere in considerazione le condizioni dei paesi in via di sviluppo. Che vuol dire?

 

La Cina non accetta di sottoscrivere accordi centrati sul taglio delle emissioni perché accusa i paesi sviluppati di porre arbitrariamente limiti ai paesi in via di sviluppo. Voi paesi sviluppati - questo il ragionamento - siete cresciuti senza limiti, oggi imponente a noi paesi in via di sviluppo limiti all’inquinamento che però sono anche limiti al nostro sviluppo.

 

Però la Cina ha detto sì a una partnership globale sulle tecnologie pulite.

 

È coerente con la posizione della Cina, che dice: se tu - Usa, Giappone, Europa - mi dai la tecnologia necessaria a produrre lo stesso quantitativo con un litro di petrolio ma con meno emissioni, allora ci stiamo. Perché il suo sviluppo non venga messo in condizione di rallentare, chiede un trasferimento di tecnologia. Naturalmente con i costi che esso comporta. A questo punto le maggiori difficoltà derivano dal fatto che questa tecnologia è duale, cioè civile e militare, e gli Usa devono potersi fidare.

 

Il G8 ha raggiunto le prime intese sulle regole anticrisi ma alcuni temi importanti, come quello della politica valutaria del dollaro, a causa della partenza imprevista di Hu Jintao non sono stati affrontati.

 

E gli Usa ringraziano. È la conferma che i G8 sono perfetti per fare da contorno al G2, il vero vertice che oggi conta. Infatti l’unico paese in grado di sostenere oggi il dollaro è la Cina.

 

Nel momento in cui attraversa con un Pil da record la fase di crisi che ha investito il resto del mondo, la Cina deve far fronte ad un problema interno. Tanto grave da far tornare indietro Hu Jintao?

 

Hu Jintao ha lasciato il G8 perché se il politburo prende una grave decisione in assenza del presidente, al suo ritorno il presidente potrebbe disconoscerne l’operato, col risultato di creare grande confusione nel partito. È già successo nell’89: Zhao Ziyang diede il via libera ad un editoriale del quotidiano del popolo che doveva placare l’animo degli studenti, ma che invece sortì l’effetto opposto. E quando Jiao Zhiang tornò dalla Corea del Nord disse che aveva approvato l’editoriale senza avere il polso diretto della situazione, col risultato che questa si era aggravata. Da allora si è instaurata la regola che per le decisioni più importanti tutto il politburo deve essere presente al completo.

 

Dunque la situazione nello Xinjiang è molto grave?

 

È del tutto aperta la questione sulla possibilità del governo di intervenire senza provocare una guerra civile tra uiguri e han. La situazione attuale è il risultato di alcune politiche sbagliate di medio e lungo termine. Sul medio termine la Cina, dopo gli attentati di agosto scorso nella parte meridionale del Xinjiang, per evitare che altri terroristi uiguri facessero azioni in altre parti del paese come accadde negli anni ’90 a Pechino e Shangai, ha creato una barriera totale: i movimenti degli uiguri in tutta la Cina sono stati sottoposti a restrizione. Questo, unito ad una repressione cieca e spesso indiscriminata per punire gli attentati, ha creato esasperazione e risentimenti in tutta l’etnia.

 

Gli scontri sono però il risultato, lei dice, di politiche poco lungimiranti ma adottate da lungo tempo. Dove ha sbagliato Pechino?

 

Nel tentativo di “diluizione” del problema uiguro. Il governo nel lungo termine si è dato lo scopo di aumentare il numero di han nel Xinjiang per diminuire progressivamente il numero di uiguri e risolvere lentamente il problema della coesistenza, per via demografica e sociale. Al tempo stesso ha fatto concessioni agli uiguri per ragioni di stabilità sociale: stipendi più alti, possibilità di fare più figli, il venerdì di festa e il diritto a cinque interruzioni al giorno per la preghiera (la popolazione uigura è di fede islamica, ndr.), quote di assunzioni garantite negli uffici pubblici.

 

E questo ha esasperato gli han…

 

Ha esasperato gli han, che hanno il potere e che sono l’etnia ad assoluta maggioranza in tutta la Cina, e spaccato la città di Urumqi, dove sono scoppiati gli scontri. Così il linciaggio di due operai uiguri da parte di colleghi han a Canton, che li hanno accusati di aver violentato una ragazza han, è stato il detonatore di una situazione fortemente conflittuale e già segnata da frizioni latenti.

 

Ora al governo cosa resta da fare?

 

Individuare e punire i veri colpevoli. Se l’esercito arresta persone che non sono colpevoli allarga il fronte e la repressione diventerebbe a base etnica: a quel punto uno si sentirebbe colpevole solo per il fatto di essere uiguri o han. Il governo dovrebbe riuscire ad arrestare solo i terroristi e non i simpatizzanti o i vicini di casa, proprio per evitare di passare dal terrorismo alla guerriglia a base nazionalistica. Siamo di fronte ad un caso di strategia leninista applicata, cioè quella di provocare lo stato ad una reazione di massa: e la Cina è caduta nella trappola. Ora i giochi sono aperti.

 

 

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