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TESTIMONIANZA/ Harry Wu: la mia esperienza nelle prigioni della Cina

Pubblicazione:domenica 23 agosto 2009

laogaiR375_22ago09.jpg (Foto)

La mia storia non è eccezionale. Tutti coloro che hanno vissuto sotto il regime di Mao Tse-tung, così come coloro che non sono sopravvissuti, hanno sopportato la propria parte di sofferenza. È con il cuore gonfio di tristezza che racconto agli altri la mia storia, e la ragione per cui lo faccio non è certo mostrare quanto ho sofferto. Al contrario, ogni volta che narro la mia storia spero di portare alla luce una piccola parte di quella verità che è stata negata al mondo per decenni. La mia è la storia di tutti coloro che hanno patito la tirannia e l’ingiustizia per mano di un potere crudele e monolitico. La mia è la storia del Laogai.

 

La mia storia ha inizio, inesorabilmente, nel 1937, quando nacqui a Shangai in una famiglia di classe elevata, fattore decisivo poiché il relativo benessere e la ricchezza in cui ero nato avrebbero gravato pesantemente sul mio futuro destino. Mio padre era un banchiere e mia madre discendeva da una famiglia di proprietari terrieri. Poco dopo la morte di mia madre, mio padre si risposò con una donna dolce e gentile che divenne la mia matrigna. Trattava i figli di suo marito come fossero suoi, e seppe creare un ambiente amorevole per i miei fratelli e le mie sorelle. I miei primi anni trascorsero al riparo dalla povertà, dalla violenza e dalla paura che permeavano la società di Shanghai e gran parte della Cina. 

 

Nel 1949 i comunisti giunsero al potere in Cina. Inizialmente ci sentimmo sollevati dal fatto che l’ordine fosse stato ristabilito nel Paese dopo decenni di guerra civile e occupazione straniera. Poi, un giorno del 1952, mio padre non rientrò più a casa dal lavoro. Non fece ritorno per un mese intero. La mia matrigna faceva diligentemente mettere ogni sera dai nostri domestici un posto a tavola anche per lui, benché lei stessa mangiasse a stento. Quando mio padre fece ritorno a casa il mese successivo, ci raccontò di essere stato fermato dal governo. Era stato trattenuto in una stanza della sua banca e interrogato riguardo i presunti reati finanziari del suo direttore. I funzionari incaricati dell’interrogatorio cercarono di indurre mio padre a fornire false informazioni sul suo direttore, ma mio padre rifiutò. Nel 1954 il governo costrinse mio padre a lasciare la banca, assegnandolo a una scuola media dove insegnò inglese per molti anni.

 

Durante questo periodo, anche la scuola cattolica che frequentavo e dove ero stato battezzato vide molti cambiamenti. Molti dei nostri sacerdoti italiani preferiti furono rispediti in Italia. Cominciammo inoltre a dover frequentare corsi di educazione politica, dove ci parlavano delle opere importanti che il partito comunista stava realizzando in Cina. Andavo bene a scuola, e nel 1955, all’età di diciotto anni, mi recai a Pechino dove cominciai i miei studi alla Facoltà di Geologia, lasciando Meihua, la mia fidanzata del liceo, con la promessa che saremmo rimasti insieme.

 

Restai sorpreso nello scoprire quanto fosse politicizzato il nostro campus. In quanto figlio di un ex banchiere, fui oggetto di molta attenzione indesiderata. Mi fu detto di «alzare il livello della mia coscienza politica». Ricevevo inoltre una borsa di studio assai inferiore rispetto a quella di molti altri studenti a causa della mia “classe di origine”, sebbene la mia famiglia ormai non fosse più ricca.

 

La “Campagna dei cento fiori”

 

Nel febbraio del 1957 ebbe inizio la “Campagna dei cento fiori”. I nostri leader studenteschi ci dissero di criticare il partito per aiutarlo a correggere i propri errori e migliorare le sue linee politiche. Mio padre mi aveva raccomandato di restare fuori della politica, così inizialmente ero restio a dire ciò che pensavo. In aprile la pressione a prendere parte a dibattiti e discussioni andava crescendo. Infine, il 2 maggio, mi dissero che dovevo partecipare alla riunione politica che si sarebbe tenuta quella sera. A questa riunione venni aspramente rimproverato di non sostenere la “Campagna dei cento fiori” non muovendo alcuna critica al partito. Sottoposto a un’enorme pressione dai miei compagni di università, elencai una serie di critiche alla linea politica del partito. Allora non sapevo minimamente che queste critiche, dieci in tutto, avrebbero inciso tremendamente sul mio futuro.

 

Il fervore politico nel nostro campus si protrasse per tutto maggio, e i nostri corsi vennero cancellati per promuovere i giganteschi raduni politici e le numerose riunioni studentesche che vi si svolgevano. Io ero inquieto e turbato perché, all’incirca nello stesso periodo, avevo smesso di ricevere lettere da Meihua, la mia fidanzata. Ricevetti infine una sua lettera in cui mi diceva di dimenticare tutto ciò che era successo tra noi. Distrutto, feci un viaggio di diciassette ore in treno per andare a trovare Meihua alla sua scuola. Nonostante la mia insistenza, non mi diede alcuna spiegazione riguardo la sua lettera. Passati alcuni giorni difficili, tornai all’università solo per scoprire che erano in corso severi provvedimenti nei confronti dei “critici” politici.

 

I leader studenteschi avevano notato la mia assenza da scuola. Il giorno dopo il mio rientro, fui messo a tema di una riunione politica. In un’assemblea durata tre ore fui accusato di essere borghese e di aver lasciato il campus per sottrarmi alle critiche; mi fu inoltre detto che le critiche da me mosse in precedenza, che erano state sollecitate da un’enorme pressione sociale, erano “velenose”. Mi dissero di scrivere un’autocritica e fui sollevato quando il semestre giunse al termine.

 

L’anno seguente l’atmosfera politica divenne ancora più opprimente. Mi dissero che la mia precedente autocritica era inaccettabile e mi fu ordinato di riscriverla. Il 20 ottobre 1957, fuori della mensa universitaria, comparve uno striscione dal titolo “I crimini controrivoluzionari di Wu Hongda”, che elencava i miei presunti crimini. Il mio nome era stato cancellato con una riga rossa a indicare che ero stato bandito dalla comunità. Ero diventato un destrorso.

 

Nel febbraio del 1958 tutti i destrorsi vennero puniti. Mi fu concesso di restare all’università, ma ero sempre seguito da due compagni di classe, persino al bagno. Oltre ai miei corsi e al mio ravvedimento politico, dovevo ora accollarmi altri lavori, come catturare le mosche e i topi. In aprile partecipai a una riunione indetta al solo scopo di criticarmi, durante la quale ognuno dei miei compagni di classe, a turno, sottolineò le mie presunte violazioni. Dopo venti minuti fu dichiarata la mia espulsione dall’università. Un funzionario della Pubblica Sicurezza in divisa entrò e annunciò ai presenti che ero stato condannato alla rieducazione attraverso il lavoro. Dissi: «Voglio vedere le accuse contro di me. È un mio diritto essere informato dei miei reati». Non venni mai informato. Fui scortato al dormitorio per radunare i miei effetti personali. Senza dire addio a nessuno, io e i miei effetti personali fummo caricati su una jeep e portati al Centro di detenzione di Beiyuan. Avevo ventitré anni.

 

L'inizio della prigionia

 

Dopo un’iniziale resistenza, mi arresi riconoscendomi colpevole dei miei crimini. Questo atto di obbedienza mi permise di venire assegnato al lavoro nello stabilimento chimico di Beiyuan. Ne fui grato poiché ciò significava che ora avrei ricevuto tre miseri pasti al giorno invece di due. Questo incarico significava inoltre che mi era concesso scrivere alla mia famiglia, la quale, per un mese intero, non aveva saputo dove mi trovassi. Scelsi con cura le parole cosicché la mia famiglia non si preoccupasse, ma non ricevetti alcuna risposta. Un mese più tardi mi fece visita mio fratello, il quale era furioso con me. Mi rimproverò per aver offeso la mia famiglia, il partito e il Paese e mi disse di lavorare sodo e ravvedermi. Mi disse inoltre che tutta la mia famiglia mi aveva denunciato. Sconvolto e ferito dalle sue parole, gli domandai come stessero i nostri genitori. Mi rispose che non avevo alcun diritto di chiedere di loro, aggiungendo che si augurava che morissi in prigione. Fui distrutto dalla sua visita. Solo diciannove anni dopo avrei appreso che la nostra matrigna si era tolta la vita dopo aver ricevuto la mia lettera.

 

Le condizioni nel Centro di detenzione di Beiyuan continuavano a peggiorare. Il lavoro straordinario aumentava mentre il cibo a disposizione era sempre meno. L’acqua scarseggiava e non avevamo modo di lavarci. Un giorno, quando giunse un reclutatore da un altro campo Laogai in cerca di prigionieri adatti ai lavori forzati, mi tolsi gli occhiali così da sembrare più resistente. La mia astuzia diede i suoi frutti e venni trasferito allo stabilimento siderurgico di Yanqing.

 

Tuttavia, quello che inizialmente pensavo fosse un colpo di fortuna si rivelò essere una sfortuna. La carenza di cibo a Yanqing era addirittura più grave, ed eravamo tutti troppo indeboliti dalla fame per lavorare. Persino le guardie erano affamate. Sopravvissi rubando pezzetti di cavolo. Prima del Laogai, rubare mi sarebbe parso inconcepibile, ma ormai sopravvivere era diventata la mia prima priorità. Infine, Yanqing venne chiuso e tutti i prigionieri furono trasferiti al campo di lavoro della miniera di carbone di Xihonsan.

 

Non passò molto tempo prima che fossi nuovamente trasferito, questa volta alla Fattoria Qinghe, un enorme complesso carcerario fuori Pechino. Ormai tutti i prigionieri erano deboli ed emaciati a causa della denutrizione. I segni della fame erano diffusi in tutto il campo e morirono numerosi prigionieri. Un giorno, i funzionari della prigione fecero esaminare i prigionieri da una serie di dottori. Quando giunse il mio turno scoprii di pesare solo trentotto chili e mezzo. Fui portato in un’altra parte del campo insieme ad altri prigionieri gravemente denutriti. Sebbene ci avessero detto che eravamo stati mandati laggiù per rimetterci in forze, divenne ben presto evidente che eravamo stati mandati lì per morire. Vidi un caro amico spegnersi di fianco a me sul letto gigantesco che tutti quanti dividevamo. Dopo essere stato portato in un capanno dove venivano tenuti i cadaveri prima della sepoltura, si risvegliò e cominciò a bussare alla porta – era ancora vivo! Venne riportato nel nostro letto e, sua mia richiesta, il cuoco preparò un pranzo sostanzioso a base di focaccine di mais. Erano mesi che non vedevamo un cibo simile. Il mio amico mangiò rapidamente il suo pasto con l’energia di un uomo molto più giovane di quello che era. Qualche minuto dopo il suo organismo collassò ed egli morì proprio accanto a me. Piangendo, guardai mentre lo seppellivano in una fossa poco profonda e priva di qualsiasi segno distintivo, avvolto in una stuoia di fatta di canne.

 

Lentamente le nostre razioni presero ad aumentare, e cominciammo a fare delle passeggiate all’aperto per recuperare le forze. Dopo alcune settimane di riabilitazione fui rinviato al campo di lavoro principale. Nell’aprile del 1962 cominciai a nutrire la speranza che i prigionieri accusati di essere di destra sarebbero stati presto rilasciati, poiché ci stavamo avvicinando alla scadenza del nostro terzo anni di prigionia nei campi di lavoro, e tre anni era considerata la pena massima per un destrorso. Fui invece trasferito in un altro campo, la fattoria Tuanhe. Nel corso dei successivi sette anni avrei sofferto moltissimo: sopportai un periodo di reclusione in cella di isolamento; fui sottoposto ad alimentazione forzata attraverso il naso in risposta allo sciopero della fame che avevo intrapreso; fui picchiato dalle guardie carcerarie e mi ruppi un braccio durante un pestaggio organizzato contro di me durante la Rivoluzione culturale. Ho visto uomini impazzire a causa della prigionia, e ne ho visti altri togliersi la vita. Per tutto il tempo sono rimasto aggrappato all’istinto di sopravvivenza nella speranza che un giorno avrei riacquistato la mia libertà, un traguardo che sembrava svanire giorno dopo giorno.

 

La finzione dell'uomo libero e l'arrivo negli USA

 

Poi, nel dicembre del 1969, senza alcun preavviso o spiegazione, fui “rilasciato” dalla prigione e assegnato a un lavoro coatto al campo Laogai numero 4 nello Shanxi. Per quanto, tecnicamente, non fossi più un prigioniero, non ero nemmeno un uomo libero. Non potevo lasciare la miniera per cercarmi un altro lavoro, non mi venivano concessi né permessi di lavoro né buoni pasto e dovevo ancora partecipare alle riunioni obbligatorie di lotta politica. Ero alienato dalla società locale e mi avrebbero trattenuto laggiù indefinitamente.

 

Nel 1979, alcuni anni dopo la morte di Mao, Deng Xiaoping si disfò di molti prigionieri “condannati” come controrivoluzionari e destrorsi. Io ero fra di loro, e finalmente riacquistai parte della mia libertà. In seguito mi fu affidata una cattedra alla Facoltà di economia e finanza nello Shanxi, dove molti insegnanti continuavano a tenersi a distanza da me a causa dei miei precedenti politici.

 

Una volta liberato potei finalmente far visita a mio padre. Una delle ultime cose che mi disse prima di morire fu che non sarei mai stato veramente libero in Cina, e mi esortò a partire. Così nel 1982 feci domanda per il permesso di espatrio e, infine, nel 1985 ebbi la mia occasione. Giunsi negli Stati Uniti come “visiting professor” con 40 dollari in tasca. Dormivo sulla mia scrivania all’Università di Berkeley in California finché non ebbi risparmiato abbastanza denaro con il mio lavoro part-time da permettermi un appartamento.

 

Nel 1986 parlai per la prima volta in pubblico delle mie esperienze nel Laogai cinese. Le emozioni che avevo tenuto nascoste per tutti quegli anni infine riemersero, e terminai la mia relazione in lacrime. Il mio intervento sortì un forte effetto sui presenti, che mi domandarono cosa potessero fare per aiutare coloro che erano tuttora vittime del sistema del Laogai. Questo mi fece pensare che, probabilmente, se più persone fossero state a conoscenza delle atrocità che venivano compiute in Cina, si sarebbe potuto fare qualcosa per porvi fine. In quel momento compresi che dovevo continuare a raccontare la mia storia.

 

Da allora, sono tornato spesso in Cina per denunciare il sistema brutale del Laogai. Nel 1991 ho sposato una donna meravigliosa di nome Ching Lee, la quale mi ha accompagnato in Cina per raccogliere informazioni sul Laogai. Spacciandomi per un uomo d’affari ottenni di visitare le fabbriche in cui lavoravano i prigionieri e potei fotografare le strutture. I direttori delle carceri mi raccontarono come i prodotti fabbricati nel Laogai venissero esportati in tutto il mondo. Al mio ritorno portai la mia testimonianza davanti al Congresso degli Stati Uniti e riferii ciò che avevo scoperto ai media americani. Nel 1993 tornai in Cina con Sue Lloyd-Roberts della BBC. Insieme scoprimmo prove sull’industria del traffico di organi, dove gli organi dei prigionieri giustiziati vengono venduti a vantaggio del governo comunista. Nel 1995 venni fermato alla frontiera mentre mi stavo recando nella provincia cinese dello Xinjiang. Fui trattenuto, processato e dichiarato colpevole dopo sessanta giorni di prigionia. Ma ormai ero un cittadino statunitense e così, invece di essere rispedito nuovamente ai lavori forzati nel Laogai, fui espulso dalla Cina e mi fu proibito per sempre di tornare nella mia madrepatria.

 

Anche se mi piacerebbe molto andarmene tranquillamente in pensione, il mio lavoro non si fermerà fino a quando il Laogai non esisterà più. Ogni volta che chiudo gli occhi sono perseguitato dalle immagini del Laogai. Il ricordo delle percosse, della fame e dell’umiliazione resterà in me per sempre. Tuttavia, ciò che più mi sconvolge è che tale sistema esista ancora oggi. A differenza del GULag sovietico, sul cui modello fu creato, il Laogai non è stato relegato negli annali della storia. Al contrario, il sistema prospera grazie ai milioni di prigionieri che sono venuti a prendere il posto mio e di quelli della mia generazione che in passato ne sono stati vittime.



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