BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

EUTANASIA/ La battaglia legale degli inglesi che desiderano la “dolce morte”

Pubblicazione:

eutanasialettiR275_07ago.jpg

Solo poche settimane fa alla Camera dei Lord, con 194 voti contrari e 141 favorevoli, i Pari del Regno avevano rigettato l’emendamento con cui si sarebbe reso legale il comportamento di chi agevola il suicidio assistito effettuato all’estero. Un tentativo di legalizzare il turismo eutanasico in Svizzera o in Olanda.

Il discorso più convincente e toccante risuonato nella paludata aula di Westminster era stato quello della baronessa Campbell of Surbiton, le cui parole erano state ascoltate da tutti con l’attenzione dovuta alla storia personale di questa donna. Non solo perché la baronessa è stata Presidente della Commissione parlamentare per i diritti dei disabili, ed è da sempre impegnata in questo delicato settore, ma soprattutto perché Lady Campbell vive sulla propria pelle una gravissima disabilità. Fin dalla nascita è affetta da atrofia muscolare spinale giunta oramai in fase degenerativa, al punto che – come ha confessato nel suo discorso alla Camera dei Lord – tre anni fa i dottori l’avevano convinta che la sua vita fosse ormai giunta al capolinea e che per lei fosse «arrivato il momento di congedarsi».

Lady Campbell ha evidenziato ai colleghi parlamentari la particolare condizione psicologica in cui versano i pazienti affetti da gravi patologie, di fronte a simili pressioni da parte dei medici, e li ha ammoniti circa le conseguenze, da questo punto di vista, derivanti da un’eventuale approvazione dell’emendamento.

Dall’alto della propria esperienza personale, la coraggiosa baronessa non aveva usato mezzi termini per denunciare che la legalizzazione della morte prematura, declassata a semplice «opzione di un trattamento sanitario», significa, in realtà, «instillare il dubbio circa l’esistenza di un asserito diritto a vivere una vita dignitosa» e comporta uno «sminuimento del dovere dello Stato di garantire a tutti i cittadini – indipendentemente dalle proprie condizioni fisiche – la possibilità di vivere dignitosamente».

Aveva inoltre denunciato il rischio di incentivare indebite pressioni su disabili e malati terminali che pensano di essere giunti alla fine della propria esperienza esistenziale, fino al punto di considerare la morte come l’opzione più conveniente, più rapida e più semplice.

La reazione del fronte pro-eutanasia non si è fatta attendere.

Non essendo riuscito il colpo per via legislativa lo si è raggiunto per via giudiziaria.

Debbie Purdy, 46 anni, malata di sclerosi multipla, ha vinto la battaglia legale ingaggiata presso la stessa Camera del Lord, quale suprema istanza giudiziaria del Regno Unito, alla quale si era rivolta chiedendo l’immunità per il proprio marito, il violinista cubano Omar Puente, disposto ad accompagnarla nell’ultimo viaggio alla celebre clinica svizzera Dignitas.

I cinque Law Lords, pur ribadendo la competenza legislativa del parlamento in materia, hanno chiesto a Keir Starmer, il Director of Public Prosecution, di elaborare precise linee guida sulla perseguibilità di soggetti che accompagnano all’estero un malato che intende ricorrere ad eutanasia. Com’è noto, poiché in Gran Bretagna non vige l’obbligatorietà dell’azione penale, spetta all’ufficio della pubblica accusa decidere quali reati perseguire. 

In realtà più di 100 cittadini britannici sono ricorsi alla dolce morte nella clinica elvetica, e di tutti quei casi, finora, il Director of Public Prosecution non ha iniziato alcun procedimento nei confronti degli accompagnatori.

I Law Lord, inoltre, hanno stabilito che in base all'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani la Purdy ha diritto di decidere come morire. E questo ha rappresentato una seconda vittoria per il fronte eutanasico, il quale non essendo riuscito a modificare la legge per via parlamentare lo ha fatto attraverso l’azione della magistratura.

Pericolosissimo precedente per il nostro Paese.



© Riproduzione Riservata.