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Esteri

AFGHANISTAN/ Toni Capuozzo (Tg5): un sacrificio che ha un senso. E ora risparmiateci facili slogan

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La rielezione di Karzai può fornire per il futuro un minimo supporto alla stabilità del Paese?

 

Dopo elezioni sulle quali si sono levate così tante ombre è davvero difficile pensare che Karzai posso portare stabilità. Una delle maggiori debolezze dell’Occidente in Afghanistan è il fatto di non aver trovato un interlocutore completamente affidabile, forte e credibile. La sua elezione non rafforza la strategia di costruzione di un Afghanistan che sappia camminare con le sue gambe.

 

Con lo sconforto e il dolore di questi momenti si fa largo la tesi secondo la quale la democrazia in alcuni Paesi non arriverà mai e che anche le elezioni "alla occidentale" in Afghanistan siano state in qualche modo “calate dall’alto”. Lei cosa ne pensa?

 

Penso sia difficile parlare di elezioni “calate dall’alto” in un Paese in cui ai contadini che vanno a votare vengono tagliati il naso e le orecchie. La partecipazione si è vista nonostante queste terribili minacce, che sono poi passate ai fatti. È ovvio che stiamo parlando di una società tribale diversa dalla nostra, dove contano il consiglio degli anziani, i capi tribù, i clan familiari, eccetera. Il fatto è che siamo abituati alla nostra democrazia nella quale ci si può persino permettere il lusso di non andare a votare perché si è stanchi. In altri luoghi è un’opportunità unica di esprimersi. Pensiamo alle donne che in alcuni Paesi non possono esprimersi neanche in famiglia, cosa può significare per loro andare a votare?

 

La nostra missione è sotto bandiere Nato e approvata dall'Onu, secondo lei verrà messa in discussione a livello politico? Gli schieramenti riusciranno secondo lei a discutere e a trovare un’intesa o assisteremo allo scontro?

 

Mi auguro un dibattito politico serio, non ideologico, e rispettoso del lavoro dei nostri militari. Non è dannoso che si discuta delle strategie. Gli stessi vertici Nato si sono interrogati più volte perchè che ci siano delle incertezza e dei punti di domanda è evidente. Ovvio che il dibattito non deve scadere nella contrapposizione, o addirittura negli slogan come “10,100,1000 Kabul”.

 

E come reagirà l’opinione pubblica davanti a questa grave ferita?

 

Siamo un Paese che, fortunatamente, non è abituato a pagare un costo di vite umane. È inevitabile un certo disorientamento dell’opinione pubblica che si può chiedere, con una specie di “egoismo buono”: “perché non tornano tutti a casa?”.

 

Queste posizioni secondo lei sono influenzate dalle voci secondo le quali la guerra ai Talebani è difficile da vincere, sicuramente in tempi brevi?

 

È senza dubbio una missione difficile, che in certi momenti sembra davvero una guerra. Ricordiamoci che nessuno ha mai vinto una guerra in Afghanistan contro la volontà degli afgani. Ieri però non si è persa una battaglia campale, abbiamo subito un attentato suicida, possibile a chi ha a disposizione gente pronta a morire e a uccidere, soldi e qualche complicità. Dal punto di vista strettamente militare sono molto più gravi le ombre sollevate intorno alle elezioni e il quadro politico afgano.

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