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Esteri

AFGHANISTAN/ La vedova Coletta: non serve l'eroismo, ma un ideale più alto

Saranno questa mattina, nella basilica di San Paolo fuori le mura, i funerali di stato dei sei parà uccisi nell’attentato di giovedì a Kabul. Non ha dimenticato, Margherita Coletta, il dolore per la perdita del marito, morto nella strage di Nassiriya nel 2003. «Dio è l’unico che può aiutarci, perché il dolore che ora ti annienta è lo stesso dolore che Lui ha provato per primo, col suo sacrificio»

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Saranno questa mattina, nella basilica di San Paolo fuori le mura, i funerali di stato dei sei parà uccisi nell’attentato di giovedì a Kabul, in Afghanistan. La memoria, privata e pubblica, corre al novembre di sei anni fa, alla più grande strage in un teatro di guerra che il nostro paese abbia subito dalla fine del secondo conflitto mondiale. Non ha dimenticato, Margherita Coletta, la fatica e lo strazio di quella prova. Del dolore per la perdita del marito, il brigadiere Giuseppe Coletta, morto nell’attentato kamikaze contro la base italiana di Nassiriya. C’è il rito delle esequie, l’abbraccio di chi ha provato quel dolore e di coloro che attestano un affetto che non può e non deve mancare. Non è questione di eroismo, di semplice eroismo, dice la signora Coletta. Perché anche quello passa, cancellato dal tempo. Non è quello che si cerca, laggiù. È questione di qualcosa di più profondo. Di «un ideale più alto». L’unico ideale che, dice Margherita, è davvero in grado di dare un senso all’impotenza alla disperazione.

Signora Coletta, sarà ai funerali?

No, non è il momento e non è il caso. L’unica cosa che posso e mi sento di fare è star vicino ai parenti e ai familiari dei caduti. In questi momenti non ci sono parole o intenzioni e men che meno ragionamenti che tengano. C’è solo la preghiera.

Sei militari sono morti in un attacco suicida che ricorda da vicino quello di sei anni fa. Cosa ha provato quando ha saputo?

Ho rivissuto lo stesso dolore e la stessa sofferenza. Anche oggi, come allora, è accaduto qualcosa di terribile. È vero, anche le due circostanze sono state molto simili. Posso capire le mogli, le madri, le figlie. Quello che è accaduto cambierà per sempre la loro vita. Non mi faccia, per favore, aggiungere altro.

Lei a suo tempo ha sposato un militare. Cosa direbbe alla moglie o alla mamma di uno dei soldati che ci hanno rimesso la vita?


COMMENTI
21/09/2009 - Donna Coletta ci volevi! (claudia mazzola)

Che bella testimonianza! Ho proprio bisogno di ascoltare parlare così di noi e di Gesù Cristo, fa bene, fa respirare.

 
21/09/2009 - Grazie (tiberio annarita)

Grazie a Francesca Colletta per la forza e il coraggio della sua testimonianza! Grazie ai genitori dei sei parà, che hanno cresciuto dei modelli per tutti noi italiani!

 
21/09/2009 - LO SGUARDO FIDUCIOSO (PAOLA CORRADI)

Quello che mi impressiona è lo sguardo fiducioso dei ragazzi morti, provate a guardare le fotografie e vi accorgete di ciò che dico. E' questo sguardo che portiamo in Afghanistan questa fiducia in un destino buono che i nostri ragazzi hanno imparato dalle loro famiglie, dalle mamme che li hanno allevati all'interno della tradizione cattolica mai assopita in Italia. Quando pensiamo che non ci sono più testimoni ecco che irrompe l'irriducibilità dell'essere come monito a noi a non arrenderci alle prime difficoltà per vivere da uomini veri.

 
21/09/2009 - grazie (Francesca Palazzo)

Desidero ringraziare la signora Coletta per la sua testimonianza di fede. Il dolore, che oggi tanto si stigmatizza, così come la morte, è invece occasione di conversione, occasione di risveglio, occasione di salvezza, in ogni circostanza, anche quella tragica. E diventa un dolore giudicato, perciò amato, desiderato. Grazie. Francesca