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AFGHANISTAN/ Tre ragioni per continuare la missione, oltre i pacifismi

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In Afghanistan è in atto una guerra cominciata da Bush nel 2001. Quanto potrà durare?

 

Difficile dirlo. Lo stesso fattore tempo è fondamentale. Gli afghani sono in guerra sul loro suolo da 35 anni, noi siamo abituati alle guerre lampo dal cielo come in Bosnia o in Kosovo. Bombardiamo per due settimane, o due mesi, fino a che il nemico ammette la nostra superiorità. Ma in Afghanistan questo non accade: per ogni talebano morto un altro prende il suo posto. Così i paesi dell’alleanza non hanno ancora realizzato di dover restare in un posto remoto, mettiamo per dieci anni, a combattere una “piccola” guerra locale. Un tipo di guerra cui gli europei erano abituati al tempo degli imperi coloniali, ma che oggi non esiste più.

 

Obama ha detto che la misura del valore dell’operazione non è più l’esportazione della democrazia ma la diminuzione del potenziale terroristico. Poi si scopre che c’è un problema Pakistan. Infine il generale McChrystal fa sapere di prepararsi perché serviranno non meno ma più soldati…

 

Sono tutti elementi importanti legati l’uno all’altro. Nel 2004 il comandante Usa di Enduring Freedom, David Barno, dichiarava che l’opposizione talebana era ridotta allo “stato insurrezionale primario”, era cioè incapace di creare problemi. Essa è riuscita però a riorganizzarsi grazie alle basi e ai centri di reclutamento presenti nel territorio tribale pakistano. Oggi il Pakistan è molto più collaborativo perché si è accorto che avere i talebani in casa è un problema di cui fare volentieri a meno. Rimane un paese per molti versi politicamente ambiguo, d’accordo; ma non può diventare dall’oggi al domani un paese “trasparente”. Una sinergia complementare di forze su Afghanistan e Pakistan ridurrebbe senz’altro i margini di manovra dei gruppi terroristi islamisti.

 

A complicare il quadro, Obama ha riconosciuto l’esistenza di forti dubbi sulla legittimità della vittoria di Karzai.

 

Obama per primo e noi europei dietro a lui abbiamo accusato Karzai di essere inefficiente e corrotto. Ma allora, anziché contribuire a demolire la credibilità politica di Karzai, già scarsa, perché non si è deciso di supportare un altro candidato? Siamo stati ondivaghi anche noi, ecco il punto. Risultato: Karzai ha vinto su Abdullah con brogli prevedibili e ora ce lo teniamo.

 

Più o meno truppe?

 

Se si parte dal presupposto che occorre dare più sicurezza alla popolazione e fare più ricostruzione, occorre trarne le conseguenze. Allora bisogna controllare il territorio, altrimenti si ricostruisce sì il paese, ma per i talebani. Dunque ci vorranno senz’altro più truppe. E non potranno essere solo americane. Questa mi pare la strategia più giusta e coerente.

 

 

 

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COMMENTI
22/09/2009 - FINALMENTE! (Z sara)

Qualcuno che affronta il tema dell'Afghanistan cosi come deve essere affrontato senza finti e pericolosi (per i soldati in prima linea) "pacifismi". Il direttore del NEWSWEEK ha scritto sul Corriere della Sera che negli ultimi 10 anni il 75% delle attivita' terroristiche in Europa sono state organizzate in Afghanistan e in Pakistan. Vogliamo combattere i Talebani scegliendo al posto delle azioni che gli esperti militari identificano come indispensabili per vincere quelle "vie di mezzo" che mantengono stabile la sedia dei politici e tranquilla la (spesso ignorante) opinione pubblica? Cosi, come dimostra il Vietnam, li mandiamo solo a morire i nostri soldati.