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Esteri

AFGHANISTAN/ Tre ragioni per continuare la missione, oltre i pacifismi

Dopo i funerali dei sei parà morti nella strage di Kabul, sono molti gli aspetti ancora da chiarire nella dinamica della vicenda. Gianandrea Gaiani, esperto di difesa, parla con ilsussidiario.net delle principali questioni aperte, dalla debolezza dell’opinione pubblica occidentale agli errori di Obama, al ruolo del Pakistan

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Dopo i funerali dei sei parà morti nella strage di Kabul, sono molti gli aspetti ancora da chiarire nella dinamica della vicenda e la procura di Roma sta indagando sulla dinamica dell’attentato. Gianandrea Gaiani, esperto militare, parla con ilsussidiario.net delle principali questioni aperte, dalla debolezza dell’opinione pubblica occidentale agli errori di Obama, dal nodo - non risolto - delle regole di ingaggio allo scenario di una guerra di cui, per ora, non si riesce a prevedere un termine. A meno che non lo vogliano, facendo un favore ai talebani, i paesi dell’alleanza.

Un video, sottoposto ad indagine, dimostrerebbe che dopo la strage c’è stato il fuoco di un commando contro i nostri soldati. Ma la questione è controversa.

C’è questa possibilità anche se lascia perplessi, perché implicherebbe un’operazione dentro Kabul ancor più complicata. Generalmente in città i talebani colpiscono solo con i kamikaze, perché usare i miliziani li renderebbe più esposti e quindi più vulnerabili. Per saperlo bisognerebbe vedere il filmato. È anche probabile che i nostri soldati abbiano reagito esplodendo colpi per impedire che i cadaveri venissero saccheggiati dalla popolazione. Mi rendo conto che dirlo non sia politicamente corretto, perché siamo lì per aiutare gli afghani, ma laggiù accade normalmente, specie se le persone colpite sono straniere.

Se le cose stanno come dice,  allora da dove passa la “conquista della popolazione afghana”, di cui parla il ministro Frattini, per averne il consenso a discapito dei talebani?

Dobbiamo rimanere in Afghanistan per fare giorno dopo giorno una lenta opera di ricostruzione, non soltanto degli ospedali e delle scuole ma anche della fiducia e della sicurezza. Questo è quello che facciamo noi e che fanno tutte le forze alleate. È un’operazione preziosa in un paese che ha bisogno di tutto e che non ha mai avuto nulla. Detto questo però bisogna evitare l’errore di ritenere che la vittoria si consegue facendo più opera di ricostruzione civile che operazioni militari. Anzi, al limite solo la prima senza le seconde.

Un errore da evitare, dice. Perché?

Perché il supporto alla popolazione lo si può dare solo in condizioni di sicurezza. Facendo un paragone sbrigativo: il piano Marshall è stato varato quando in Europa non c’erano più i nazisti. Bisogna evitare che il nemico - i talebani - sfrutti quello che noi investiamo in opere, mezzi e uomini.

La strage di giovedì scorso ha fatto vedere a coloro che non se n’erano ancora accorti che non si tratta nei fati di una “missione di pace” ma di guerra. Con l’unico dettaglio che non possiamo sparare per primi.

Sì, operazione di pace è un eufemismo per non dire che siamo là in guerra. Una guerra, va detto, a bassa intensità: quest’anno sono morti 360 soldati alleati, di cui otto italiani e più di 200 americani. E in otto anni di guerra sono morti 1400 soldati alleati. Quello che invece non rende sostenibili queste perdite ridotte è che le opinioni pubbliche, come si è visto in Italia, non le accettano. E i talebani lo sanno benissimo: il loro obiettivo non è e non può essere vincere sul campo contro i militari, ma far mancare il sostegno dell’opinione pubblica, nei paesi europei ma anche negli Usa, dove infatti il consenso va scemando.

Alla fine il punto è: siamo in guerra ma le regole di ingaggio restano commisurate a operazioni di peace keeping. Dopo un fatto del genere c’è la possibilità di intervenire modificandole?

Lo auspico davvero. Dobbiamo accettare, non solo noi italiani ma tutte le forze della coalizione, che là c’è un nemico da combattere e che finché non è eliminato non si può stabilizzare il paese. Quindi Tornado e Predator dovrebbero essere utilizzati senza limitazioni. Dicasi lo stesso per gli uomini: mandare soldati a combattere con le mani dietro la schiena è un’assurdità, anche in un contesto asimmetrico. Le armi dei talebani sono i kamikaze e le bombe stradali, è così che è stato ucciso l’80 per cento dei militari alleati. Anche noi dobbiamo poter usare le armi di cui disponiamo.


COMMENTI
22/09/2009 - FINALMENTE! (Z sara)

Qualcuno che affronta il tema dell'Afghanistan cosi come deve essere affrontato senza finti e pericolosi (per i soldati in prima linea) "pacifismi". Il direttore del NEWSWEEK ha scritto sul Corriere della Sera che negli ultimi 10 anni il 75% delle attivita' terroristiche in Europa sono state organizzate in Afghanistan e in Pakistan. Vogliamo combattere i Talebani scegliendo al posto delle azioni che gli esperti militari identificano come indispensabili per vincere quelle "vie di mezzo" che mantengono stabile la sedia dei politici e tranquilla la (spesso ignorante) opinione pubblica? Cosi, come dimostra il Vietnam, li mandiamo solo a morire i nostri soldati.