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ABORTO/ Un medico a New York: ecco cosa avrei fatto nella sala parto del piccolo Jayden

Pubblicazione:domenica 27 settembre 2009

prematuroR375_25set09.jpg (Foto)

Ho apprezzato l’articolo di Gianfranco Amato (apparso su ilsussidiario.net il 15 settembre, 2009) perché solleva una questione molto importante relativa alla professione medica attuale.

Correntemente la vera natura della medicina è a rischio, perché c’è confusione rispetto al concetto di “persona” e perciò il rapporto medico-paziente è troppo spesso ridotto ad un meccanismo, nel caso presentato dall’articolo, un «meccanismo regolamentato dalla legge».

Leggendo questo articolo mi sono chiesta: se fossi stata nella sala parto quando Jayden è nato, cosa avrei fatto?

 

Lavoro come neonatologa ormai da più di 25 anni, prima in Italia e, negli ultimi 15 anni negli Stati Uniti, ma il prendermi cura dei piccoli prematuri è sempre stato e continua ad essere un dramma, ogni volta. Nello stesso tempo, lavorando con piccoli pazienti tra la vita e la morte, faccio sempre un’esperienza di bellezza, sia che con la rianimazione riesca a salvare la vita, sia che mi debba confrontare con l’estremo limite umano che si chiama morte, perché c’è un significato anche lì.

 

Se chiedete il mio parere rispetto alla rianimazione dei neonati al limite della possibilità di sopravvivenza, la prima parola che mi viene in mente è la parola dramma. Perché?

 

Prima di tutto perché in questo campo non ci sono molte certezze “mediche”. La datazione della gravidanza non è mai certa al 100%, poiché c’è sempre un margine d’errore di 2 ± settimane. E anche nel caso fortunato di genitori che sanno con certezza la data del concepimento, la maturazione del bimbo può variare parecchio. A quest’epoca di sviluppo il corpo matura molto velocemente, tanto che ogni giorno avvengono nuove tappe di maturazione, ma, detto questo, non sappiamo con certezza lo stato di maturità di «questo bambino appena nato di fronte a me». Ci sono inoltre differenze di maturazione legate alla razza, allo stato di salute della madre, al trattamento prenatale con steroidi, ecc.

 

Secondo la conoscenza medica corrente, che si documenta con dati di ricerca clinica e di esperienza, si ritiene che la sopravvivenza prima della 23 settimana è minima, perché i polmoni prematuri non consentono uno scambio dei gas adeguato. Devo anche citare che, avendo a che fare con neonati piccoli e molto fragili, al confine della sopravvivenza, alcuni medici sollevano una questione rispetto a bambini che riescono a sopravvivere, ma a costo della possibilità di handicap severi. Questi stessi medici suggeriscono di non iniziare la rianimazione di questi neonati per «lasciarli morire e prevenire cosi la sopravvivenza di bambini handicappati». Altri medici insistono sulla rianimazione a tutti i costi, a qualunque età gestazionale.

 

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