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SOCIETA’/ New York, la città ideale per le “mamme senza figli”

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Siete donne? Avete figli? Coltivate ambizioni professionali affatto sopite dalla maternità? Vi capita per caso di passare dagli Stati Uniti? Bene: stando a “Forbes”, non vi resta che trasferirvi a New York, prima classificata nella graduatoria di città “amiche” delle donne in carriera, stilata dalla rivista.

Ma cos’ha la città governata da Bloomberg di tanto speciale per le mamme che lavorano? I criteri adottati dai ricercatori per attribuire la posizione in classifica spaziano dalla sanità per l’infanzia alla quantità di pediatri, dagli spazi verdi alle opportunità lavorative, dalla qualità dell’istruzione al tasso di violenza: il quadro che ne emerge premia la situazione nella Grande Mela rispetto ad altre 49 metropoli statunitensi. E in effetti, quale madre disdegnerebbe di far crescere i propri figli in una città tranquilla, ricca di verde, piena di medici competenti, di ottime scuole - tanto pubbliche quanto private -, e che nel contempo offre ottime chance di fare carriera? Ma non basta: la Grande Mela si piazza in ottima posizione anche per quel che riguarda i servizi di assistenza all’infanzia – la cui carenza, spiega la redattrice, costringe invece in fondo alla lista altre città – come Salt Lake City, che pure si piazza prima per il tasso di disoccupazione e sesta per la qualità dell’istruzione.

Ai bambini newyorkesi, insomma, non manca proprio nulla – a parte la mamma. Il verde di Central Park e della Gateway National Recreation Area li accoglie; le possibilità di childcare, dagli asili nido alle tate, abbondano; rinomati pediatri ne seguono nel dettaglio la salute; il sistema scolastico offre programmi d’avanguardia, specialmente agli studenti più dotati. Il mosaico si completa, oltre la classifica di Forbes, ricordando il vasto numero di specialisti a loro disposizione sin dalla nascita: psicologi, personal trainer, insegnanti di musica e di lingue orientali, che a partire dai primi mesi ne cureranno l’educazione. Un’educazione simile a un mosaico, appunto: vista come un complesso di problemi cui trovare appropriati rimedi, più che un percorso unitario di maturazione. Invece che un individuo - impossibile da dividere, secondo la parola -, quello che ne risulta è un puzzle, suddiviso in innumerevoli spazi: spazi via via occupati, su incarico dei genitori, da diversi servizi, da professionisti diversi, da diverse soluzioni. Occupare uno spazio non significa però colmare un vuoto: riempitivi come questi difficilmente potranno esaurire il bisogno della persona, unica e irriducibile, di un unico, irriducibile riferimento. Quello che solo la figura genitoriale può rappresentare, e che solo può farsi carico di una crescita serena ed equilibrata: che si viva a Salt Lake City o a New York.

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