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Esteri

1° ANNO/ La pagella di Obama: troppo innovatore per piacere agli americani?

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Crocetta che invece mancherà alla voce Guantanamo. La promessa di chiudere il super carcere per i terroristi è naufragata. Pur fra mille distinguo e scatti di fantasia per trovare soluzioni accettabili. Processare la mente dell’11 settembre in una corte civile a Manhattan è decisione coraggiosa, ma che fa discutere per le implicazioni giuridiche e soprattutto mediatiche. Mandare oltre 110 detenuti in una prigione dell’Illinois invece ha scontentato tutti, primi fra tutti gli abitanti delle contee limitrofe al penitenziario. Fatto sta che al netto, Obama avrebbe dovuto chiudere il centro di detenzione sull’isola cubana entro domani. Missione fallita.

 

Come fallito è l’accordo sul clima, non solo sul fronte internazionale. Copenaghen ha partorito il proverbiale topolino. In Congresso giace ancora la legge per bloccare le emissioni di CO2. E il meccanismo del cap-and-trade resta al palo. Il Senato per ora non discute la legge.

 

Certo Obama può dire di aver messo al bando la tortura, di aver ripreso a finanziare la ricerca sulle cellule staminali embrionali (battaglia molto ideologica, ma che a conti fatti è un impegno rispettato), di aver fermato, grazie al pacchetto di stimolo per 787 miliardi di dollari la recessione. Ma anche la sbandierata ripresa è ondivaga. Ancora nel tunnel è l’occupazione: oltre il 10 per cento degli statunitensi è disoccupato.

 

E finora nessuna iniziativa - dai sussidi, al blocco delle rate sui mutui, agli sgravi fiscali per le piccole medie aziende, sino al maxi salvataggio di colossi assicurativi e finanziari oltre che a General Motors - ha contribuito a produrre lavoro. Si dirà, non è certo compito del presidente. Corretto, i cicli economici seguono logiche che non sempre si piegano al volere dei potenti della politica. Ma certamente intervenendo in modo massiccio nel mercato, l’amministrazione Obama sperava in esiti migliori sotto il profilo occupazionale e persino sul volume del Pil.

 

Obama continua a godere di alti consensi fuori dagli Stati Uniti. Eppure la sua politica estera finora non ha prodotto quei cambiamenti sperati. Chi accusava gli Usa di essere essi stessi causa dei loro mali (viste le politiche di Bush) in fondo è stato smentito dai fatti. Tanti i discorsi storici, carichi di retorica e di belle intenzioni. Ma l’apertura al dialogo con l’Islam ha toccato solo i cuori dei moderati. Che saranno pure il 99,9 per cento, ma che poco possono su quell’0,1 per cento che vede l’America (e l’Occidente) con i suoi valori e la sua forza come il nemico da abbattere.

 

In fondo il mancato attentato di Natale dice non solo che l’America è vulnerabile, ma che il restyling di immagine di Obama non ha funzionato. Il dialogo con l’Iran resta sulla carta. Mentre il nucleare dei mullah prosegue a strappi ben decisi. L’America di Obama doveva essere solo il maggior azionista mondiale, non più la potenza unipolare di Bush. Un anno dopo l’America non è quella di Bush, ma nemmeno il maggior azionista. Pesa e conta, ma non ha certamente la forza e lo smalto per guidare ovunque il mondo. Haiti con il suo dramma insegna.

 

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