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Esteri

1° ANNO/ La pagella di Obama: troppo innovatore per piacere agli americani?

Esattamente un anno fa, Barack Obama si insediava alla Casa Bianca. In questo periodo, passando dalle parole ai fatti, si è creato più nemici che amici

Obama_unoR375.jpg(Foto)

Non c’è più un totem da abbattere, un predecessore cui imputare tutte le colpe. Trecentosessantacinque giorni dopo essere entrato, primo presidente afroamericano degli Stati Uniti alla Casa Bianca, Barack Obama è solo al comando. Responsabile dei successi e dei fallimenti della sua politica. Più si allontana il 2008, più Bush e la sua America non possono essere additati come i “mandanti” dei guai: siano l’immagine appannata degli Usa nel mondo o l’economia, o il deficit federale strabiliante o le due guerre aperte e dal finale nebuloso in Iraq e Afghanistan.

 

Meno adorato dalla stampa, più criticato dalla sua base liberal e osteggiato apertamente, e talvolta in modo pacchiano e volgare dai conservatori, Obama può tirare un primo bilancio della sua esperienza alla guida dell’unica superpotenza mondiale sulla scena.

Se i sondaggi fossero voti, oggi Obama non riconquisterebbe la presidenza. Perché il tasso di approvazione è inferiore al 50 per cento (si oscilla dal 44 al 49 per cento degli istituti demoscopici più favorevoli). E perché il sogno di unire il Paese, generalmente il buon proposito di ogni inquilino della White House, si è infranto nel giro di poche settimane.

Oggi i conservatori, ma anche i moderati e gli indipendenti che nel novembre del 2008 furono la fortuna del candidato Barack Obama, lo terrebbero lontano dal 1600 di Pennsylvania Avenue. Se nel Massachusetts un repubblicano siederà sullo scranno che per decenni fu di Ted Kennedy e quasi “proprietà degli eredi di Camelot” e comunque color blu democratico, un po’ di responsabilità l’ha pure il presidente. Il suo sogno di cambiamento lo ha portato ben oltre quanto l’America, e non solo quella profonda che vive e respira i valori conservatori sin dalla culla, sia disposta a sopportare.

La riforma della sanità resta il grande progetto, l’azzardo. Obama forse riuscirà a portarla fino in fondo (dipenderà molto dal voto in Massachusetts). La maggioranza degli americani, seppur per ragioni opposte fra liberal e conservatori, la osteggiano. Giustamente il presidente si guarda bene dai sondaggi e tira dritto. Ma la critica che molti gli muovono è che stia percorrendo una strada “non americana”. Insomma riforma troppo europea, che nel gergo Usa significa peso crescente e invadente, dello Stato; spesa pubblica alle stelle e paletti rigidi al mercato.

Malgrado il prodotto rischi di scontentare molti, sarebbe pur tuttavia un passo storico riuscire a riformare il sistema sanitario che oggi brucia milioni di dollari, lascia ai margini 47 milioni di persone e arricchisce solo le compagnie assicurative. Se Obama riuscisse nell’intento sarebbe un successo, una crocetta sull’elenco delle cose da fare.

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