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DIARIO HAITI/ 1. L’inviato: così il terremoto ha aperto il cuore degli americani

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Questo non possiamo saperlo. Sappiamo che Hillary Clinton si è impegnata in questo senso. Essendo stato lì, ho la percezione che i tempi della ricostruzione saranno molto, molto lunghi. Perché non c’è nulla. Non ci sono case, non ci sono ponti, piazze, manca la distribuzione dell’acqua. Al momento gli Stati Uniti sembrano intenzionati ad accettare un compito di lungo termine. Bisognerà vedere se avranno le risorse per farlo. Di sicuro sono intenzionati a realizzare qualcosa di imponente.

 

 Ad esempio?

 

Dare luce verde alla Croce Rossa internazionale per portare in Florida 45 mila haitiani. Un esodo biblico. Già 2 mila sono a Orlando. Anche qui c’è una similitudine con Katrina. I profughi di Katrina vennero mandati negli stati confinanti, in Texas e in Alabama, e adesso la Florida tenta di fare la stessa cosa.

 

Perché gli Stati Uniti non sono mai riusciti, o non hanno mai voluto seriamente impegnarsi nel condurre Haiti ad una condizione di normalità?

 

Perché nella scala delle priorità Haiti non è mai stata in cima alle preoccupazioni dell’amministrazione. Anche quando la guerra civile è stata più feroce, l’America ha delegato alle Nazioni Unite. C’è stata una sottovalutazione che ha accomunato gli Usa agli altri Paesi. E che riguarda l’approccio degli americani con le regioni dell’America Latina.

 

Bush e Clinton sono stati inviati in missione da Obama. servirà a qualcosa?

 

Credo si tratti di un messaggio legato alla comunicazione di Obama verso l’America. Il presidente vuole dare agli americani la sensazione che gli Usa siano uniti di fronte all’emergenza. Che l’America sia talmente grande e la tragedia li riguardi così da vicino che sia necessario far sparire le differenze tra liberal e conservatori, tra Democratici e Repubblicani. È la stessa cosa che fece Bush figlio dopo lo tsunami, quando mandò Bush padre e Clinton.

 

Lei è stato tra i primi giornalisti a recarsi ad Haiti. Ci racconti il suo viaggio in quel luogo devastato.

 

Sono atterrato attorno alle tre e mezza di mercoledì 13, a meno di 24 ore dal terremoto. Sulla pista c’erano un Boeing della Islander, due aerei della Guardia nazionale americana, un Charter dell’American Eagle - che aveva portato degli aiuti umanitari - e un altro della Miami Air. Al di là di questo, l’aeroporto era completamente desolato, non c’erano comunicazioni, non c’era niente. Con gli altri colleghi americani e francesi con i quali sono arrivato, ci siamo fermati sulla pista, senza saper cosa fare. Abbiamo tentato di uscire, ma non ci è stato possibile.

 

Perché?

 

L’aeroporto era assediato, la gente disperata premeva sui vetri. Siamo rimasti sula pista dalle 3 alle 6, nel black-out assoluto. Era crollato l’intero sistema di comunicazione. Con un collega del Miami Herald ci chiedevamo cosa fare. Intanto, due poliziotti cercavano di tener chiuse le porte esterne. Ad un certo punto abbiamo incontrato un haitiano che - non so come - era in possesso di una macchina. Siamo saliti con lui e abbiamo cercato di uscire. Ci ha portato alla base dell’Onu, a cinque minuti di strada, dove ci siamo rifugiati. Lì abbiamo avuto il primo impatto con la tragedia.

 

 Cos’ha visto?

 

Centinaia e centinaia di feriti, sistemati in due gigantesche tendopoli. Siamo stati con loro fino a mezzanotte, ascoltando i loro racconti. Mentre i caschi blu continuavano a portare feriti. Attraverso il racconto dei superstiti ho avuto il primo contatto con la devastazione. Il giorno dopo, all’alba, sono uscito per vedere cos’era rimasto. Ho preso un moto-taxi, il mezzo con il quale ci si sposta ad Haiti. Mi ha portato nella zona commerciale della città, nel centro, la zona più colpita; non era rimasto niente. Un mare di macerie, mucchi di cadaveri che non avevo mai visto.

 

Tutte le cronache infatti hanno parlato di uno scenario apocalittico…

 

Ho fatto la guerra in Somalia, nei Balcani, morti ne ho visti. Ma mai così tanti, accatastati gli uni sugli altri, in maniera casuale. La zona più disastrata è quella del cuore della città, che si articola attorno alla Route one, i ministeri e il palazzo presidenziale. Tutti crollati. Del palazzo presidenziale è crollata non solo la scalinata - quella che si vede nelle foto - ma anche la parte dietro. Non c’è letteralmente più nulla. Lì, per la prima volta, ho visto le bande col machete. Ragazzi molto, molto giovani che ruotavano la loro arma sulla testa per proteggere gli sciacalli.

 

Da cosa è rimasto più impressionato?

 

 

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