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DIARIO HAITI/ 1. L’inviato: così il terremoto ha aperto il cuore degli americani

Haiti_TerremotoR375.jpg (Foto)

Le cose che più mi hanno impressionato sono tre: i cadaveri. Un conto è parlarne, un altro vedere persone inermi in posizioni geometriche differenti in mezzo alla strada. Con la gente che cammina attorno come se non fosse niente. La seconda è la dimensione della devastazione e delle macerie. E’ stato come vedere Dresda bombardata. La terza è stata l’assenza totale dello stato. Non c’era polizia, militari o Caschi blu. Pure questi erano sotto choc.

 

Anche i Caschi blu?

 

Certo. Tutta la loro missione è stata decapitata. L’Hotel Cristal, la sede dell’alto comando delle Nazioni Unite, è crollato con dentro centinaia di persone. Chi gli dava gli ordini? Hanno avuto bisogno di un po’ di tempo per capire chi decideva cosa. Nel frattempo, andavo in giro col mio moto taxi pensando “sotto quella pietra, quel mattone, ci sono chissà quante persone vive”. Ma nessuno li cercava.

 

Ora qualcosa è cambiato?

 

La svolta c’è stata tra giovedì e venerdì. Quando sono arrivati i primi veri aiuti internazionali. I primi ad arrivare sono stati gli americani, gli spagnoli e i francesi. Hanno portato un po’ di speranza. I primi giorni abbiamo mangiato biscotti sotto conserva, gallette delle razioni militari, fornite dalle truppe giordane, egiziane e dello Sri Lanka, e bevuto acqua purificata. Non c’era cibo, niente. Giovedì sono arrivati i primi generi alimentari, e l’acqua minerale. Lentamente sono state riallacciate le prime comunicazioni, i Caschi blu hanno cominciato a uscire dalle basi e sono arrivate le prime squadre di soccorso, che si sono messe a scavare e ad aiutare la gente.

 

Quali sono adesso i primi passi da compiere in un’ottica internazionale?

 

Il primo passo è la riqualificazione della missione Onu. Al momento è presente una missione di peace keeping, che non ha più senso mantenere, perché era stata mandata per porre fine alla guerra civile del 2003-2004. Occorre mandare nuovo personale, esperto in questioni umanitarie, anche di gestione; ricostituire un nuovo alto commissariato che abbia questa caratteristica; le truppe militari dell’Onu non devono esser truppe combattenti ma abili a portare aiuti ai civili, come in Somalia. Attorno a questo bisogna aumentare il coordinamento tra i contingenti coinvolti. E’ chiaro che gli americani sono più “ingombranti”. Hanno più strumenti, più soldati e mezzi. Ma la loro visibilità si deve anche alla debolezza della struttura dell’Onu.

 

 Cosa può fare l’Italia?

 

Moltissimo. Noi, ad esempio, abbiamo l’esperienza delle operazioni di soccorso nei Balcani e l’esperienza umanitaria in Somalia. O gli ospedali da campo che tutti ci invidiano. Purtroppo, in questa missione Onu non c’eravamo. Siamo tornati di corsa, con gente molto esperta - certo -, abbiamo mandato il primo ospedale, ma dobbiamo fare di più. Credo, infine, che l’Onu dovrebbe prendere Haiti, dividerlo in settori e affidarne ciascuno a un diverso Paese. Con il compito di portare aiuto ai civili. Perché la ricostruzione, adesso, è lontana. L’urgenza è quella di dare acqua e cibo alla gente. E un tetto. Migliaia di persone stanno vivendo all’addiaccio, in tende organizzate alla benemeglio.

 

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