lunedì 25 gennaio 2010
Leonardo Grasso, in questi giorni, si è recato ad Haiti per comprendere cosa la gente del posto stia vivendo e dare il proprio contributo. Dal Venezuela, dove è in missione da 16 anni, non appena ha avuto modo di partire, è volato verso l'isola devastata dal terremoto. E ha incontrato una realtà molto differente da come, finora, è stata raccontata dai media. Costituita da un popolo che sta reagendo in maniera imprevista al sisma. Desideroso di tornare alla vita normale e di essere protagonista della ricostruzione. Il missionario racconta a ilsussidiario.net la realtà di cui è stato testimone oculare e spiega le sue impressioni. Lei vive in Venezuela. Cosa l'ha spinta ad andare ad Haiti? Ho percepito immediatamente la situazione come una provocazione a lasciarmi toccare nella mia vita personale e a dare tutto l'aiuto di cui sono capace. Assieme agli amici del Venezuela ho deciso di partire subito con Juan Carlos dell'associazione Icaro. Che situazione ha trovato? Anzitutto una distruzione enorme. Non solo a Port-au-Prince ma anche in molte città dell'interno, distrutte all'80%, 90%. E poi, ho trovato un popolo che non si riflette nelle notizie che stanno girando, dipinto come disperato, in preda alla violenza, che saccheggia gli aiuti. Questa non è la realtà. Qual è la realtà? Quella, anzitutto, di un popolo che sorprende per il suo atteggiamento pacifico. Personalmente non ho assistito a episodi di violenza. Nè l'ho ravvisata parlando con le persone del luogo. Certo, le condizioni sono molto difficili. Le case sono tutte inagibili. Anche quelle non crollate sono pericolanti. La gente dorme per strada, nei parchi. Eppure ho trovato un popolo che sorprende per il modo in cui riesce ad affrontare la circostanza. Con dignità, tranquillità e la voglia di ricominciare. Lei dice che gli haitiani non sono un popolo di disperati. Com'è possibile che non lo siano, considerato quello che è successo? CLICCA IL PULSANTE QUI SOTTO PER CONTINUARE LA LETTURA DELL'ARTICOLO
Leonardo Grasso, in questi giorni, si è recato ad Haiti per comprendere cosa la gente del posto stia vivendo e dare il proprio contributo. Dal Venezuela, dove è in missione da 16 anni, non appena ha avuto modo di partire, è volato verso l'isola devastata dal terremoto. E ha incontrato una realtà molto differente da come, finora, è stata raccontata dai media. Costituita da un popolo che sta reagendo in maniera imprevista al sisma. Desideroso di tornare alla vita normale e di essere protagonista della ricostruzione. Il missionario racconta a ilsussidiario.net la realtà di cui è stato testimone oculare e spiega le sue impressioni. Lei vive in Venezuela. Cosa l'ha spinta ad andare ad Haiti? Ho percepito immediatamente la situazione come una provocazione a lasciarmi toccare nella mia vita personale e a dare tutto l'aiuto di cui sono capace. Assieme agli amici del Venezuela ho deciso di partire subito con Juan Carlos dell'associazione Icaro. Che situazione ha trovato? Anzitutto una distruzione enorme. Non solo a Port-au-Prince ma anche in molte città dell'interno, distrutte all'80%, 90%. E poi, ho trovato un popolo che non si riflette nelle notizie che stanno girando, dipinto come disperato, in preda alla violenza, che saccheggia gli aiuti. Questa non è la realtà. Qual è la realtà? Quella, anzitutto, di un popolo che sorprende per il suo atteggiamento pacifico. Personalmente non ho assistito a episodi di violenza. Nè l'ho ravvisata parlando con le persone del luogo. Certo, le condizioni sono molto difficili. Le case sono tutte inagibili. Anche quelle non crollate sono pericolanti. La gente dorme per strada, nei parchi. Eppure ho trovato un popolo che sorprende per il modo in cui riesce ad affrontare la circostanza. Con dignità, tranquillità e la voglia di ricominciare. Lei dice che gli haitiani non sono un popolo di disperati. Com'è possibile che non lo siano, considerato quello che è successo?
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