martedì 26 gennaio 2010
Nicola Boscoletto, direttore del Consorzio Rebus, ha fatto pervenire in redazione un messaggio di alcuni detenuti del carcere Due Palazzi di Padova, commossi per la tragedia di Haiti. Caro direttore, pregare non è l’ultima ratio. Si può essere spinti da una situazione particolare e drammatica, ma poi ci si rende conto che la preghiera ha un senso, se si rivolge a qualcuno che è presente, misterioso ma presente. Il gesto più semplice e ragionevole che riguarda tutti. Le racconto un esempio. Subito dopo il terremoto ad Haiti mi sono arrivate sollecitazioni da alcuni detenuti da più parti d’Italia, in particolare dal carcere di Brucoli in Sicilia, dove un gruppetto di carcerati si è immediatamente reso disponibile anche a partire per Haiti, dicendo che così almeno la loro vita sarebbe servita a qualcosa. Il contrario, cioè, di quanto avviene normalmente in carcere. Ma non è questo, adesso, il punto. Il fatto è che a Brucoli come a Padova, e come in tante altri carceri d’Italia si inizia a pregare. Qualche giorno fa ho avuto modo di raccontare ad Avsi - che opera ad Haiti dal 1999 e segue circa 3000 bambini - delle sollecitazioni arrivate dai detenuti e che proprio per i detenuti, impossibilitati più di ogni altro, la preghiera era diventata la cosa più semplice da fare. Alla mia domanda su che cosa servisse di più nel dramma di Haiti la risposta dei coordinatori di Avsi è stata l’invito a pregare e a chiederlo a chi già non lo fa, con l’intenzione particolare che coloro che sono sopravvissuti e tutti volontari in questo momento in cui tutto sembra svanire non perdano il coraggio; e a raccogliere fondi da destinare a chi già opera ed è presente sul posto. La cosa mi ha colpito ed il mattino seguente ho immediatamente chiamato il carcere di Brucoli dando loro queste due indicazioni. Si erano già messi in moto e stavano già pensando ad un lavoro da fare in collaborazione con Avsi, con lo scopo di destinare il ricavato ad Haiti. Anche a Padova i detenuti mi hanno chiesto di far arrivare ad Avsi un messaggio. Si tratta della lettera che riporto di seguito. Clicca >> qui sotto per leggere la lettera dei detenuti del carcere Due Palazzi di Padova
Nicola Boscoletto, direttore del Consorzio Rebus, ha fatto pervenire in redazione un messaggio di alcuni detenuti del carcere Due Palazzi di Padova, commossi per la tragedia di Haiti.
Caro direttore,
pregare non è l’ultima ratio. Si può essere spinti da una situazione particolare e drammatica, ma poi ci si rende conto che la preghiera ha un senso, se si rivolge a qualcuno che è presente, misterioso ma presente. Il gesto più semplice e ragionevole che riguarda tutti.
Le racconto un esempio. Subito dopo il terremoto ad Haiti mi sono arrivate sollecitazioni da alcuni detenuti da più parti d’Italia, in particolare dal carcere di Brucoli in Sicilia, dove un gruppetto di carcerati si è immediatamente reso disponibile anche a partire per Haiti, dicendo che così almeno la loro vita sarebbe servita a qualcosa. Il contrario, cioè, di quanto avviene normalmente in carcere. Ma non è questo, adesso, il punto.
Il fatto è che a Brucoli come a Padova, e come in tante altri carceri d’Italia si inizia a pregare. Qualche giorno fa ho avuto modo di raccontare ad Avsi - che opera ad Haiti dal 1999 e segue circa 3000 bambini - delle sollecitazioni arrivate dai detenuti e che proprio per i detenuti, impossibilitati più di ogni altro, la preghiera era diventata la cosa più semplice da fare.
Alla mia domanda su che cosa servisse di più nel dramma di Haiti la risposta dei coordinatori di Avsi è stata l’invito a pregare e a chiederlo a chi già non lo fa, con l’intenzione particolare che coloro che sono sopravvissuti e tutti volontari in questo momento in cui tutto sembra svanire non perdano il coraggio; e a raccogliere fondi da destinare a chi già opera ed è presente sul posto.
La cosa mi ha colpito ed il mattino seguente ho immediatamente chiamato il carcere di Brucoli dando loro queste due indicazioni. Si erano già messi in moto e stavano già pensando ad un lavoro da fare in collaborazione con Avsi, con lo scopo di destinare il ricavato ad Haiti. Anche a Padova i detenuti mi hanno chiesto di far arrivare ad Avsi un messaggio. Si tratta della lettera che riporto di seguito.
Clicca >> qui sotto per leggere la lettera dei detenuti del carcere Due Palazzi di Padova
mi pare che molto si stia facendo, materialmente, per Haiti, anche da parte delle organizzazioni cattoliche. Naturalmente, come sempre in questi casi, si puo' comunque fare di piu'. Anche la preghiera e' un aiuto, non apparisicente, non visibile ma concretamente utile. Tutti possono pregare, anche chi e' lontano, chi non ha mezzi, chi non sa o non puo' fare altro. L'approccio cristiano ai mali della vita implica anche la preghiera, non solo gli aiuti materiali. Appunto per questo valgono piu' le preghiere che le critiche. La preghiera dei carcerati (come anche quella "per" i carcerati) mi pare un puro esempio di cristianita'. Quanto al portare via la popolazione, non sempre questo e' il rimedio migliore per la popolazione stessa.
SONO UN PENSIONATO, E VIVO SOLO, SEPARATO DA PIU' DI DUE ANNI, LA LETTERA DEI CARCERATI E' DA AMMIRARE, MA SI POTREBBE FARE DI MEGLIO, PORTARE VIA TUTTI QUELLI CHE NON ANNO PIU CASA, OSPITARLI UN PO IN TUTTO IL MONDO, ANCHE IO IN CASA MIA POTREI OSPITARE UNA MAMMA CON IL SUO BAMBINO, CHE POI POTRANNO RITORNARE NEL LORO PAESE QUANDO SARA' RICOSTRUITO !!, SE SARA' RICOSTRUITO. E' NON FARLI VIVERE X LA STRADA, CON LA NON SICUREZZA DI AVERE UN PASTO AL GIORNO. PENSATECI BENE, SAREBBE UNA BUONA IDEA. DISTINTI SALUTI B. G.
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