mercoledì 27 gennaio 2010
La lettera di Fiammetta Cappellini da Haiti arriva nella notte: nella desolazione di una città distrutta, piccoli segni di speranza indicano a tutti che la ricostruzione è possibile. Intanto si lavora negli accampamenti, tra bambini vessati dalle malattie e donne in gravidanza. 26 gennaio 2010, Port au Prince, Haiti In questi ultimi giorni sono successe tante cose, all'apparenza piccole in questa desolazione, tanto che mentre accadono non ti accorgi di quanto siano grandi. Sabato è arrivato un carico dalla Repubblica Dominicana (picconi, pale, carriole, lenzuola, coperte, ecc.), accompagnato dal nostro collega Edoardo Panunzio, da altri colleghi del Cesal (una Ong spagnola) e diversi amici dominicani e italiani. Incontrarlo è stata una bella emozione: erano giorni che non ci vedevamo, ma, soprattutto, l'ultima volta la città non era stata rasa al suolo. Anche per lui è stato uno shock, ha avuto bisogno di tempo per capire che tutto quel che stava vedendo era vero. Al campo di Place Fierte le persone sono aumentate: 1.800 contro le 800 che abbiamo contato all’inizio. Ora c’è un comitato di coordinamento. Un altro bel risultato di questi giorni è stato sistemare le ultime 66 mamme in gravidanza con un materasso sotto la tenda. L’ultima aggregazione di senzatetto che si è formata a Cité soleil non è ancora un campo, è un assembramento di persone che hanno perso tutto e si mettono insieme per far fronte all’oggi e iniziare a pensare al domani. A volte è sconfortante guardare sotto le tende. Almeno un bambino per famiglia è malato. Dissenteria, parassitosi, denutrizione. Le mamme lasciano i più piccini ai più grandicelli per fare ore di code e ricevere gli alimenti. Si fa tanta fatica a incentivare le persone ad aggregarsi nei campi, in modo da organizzarsi, stabilizzarsi, censirsi, poi però arrivano i "grandi distributori" e danno a chiunque, senza regola, anche a chi staziona ai lati delle strade. CLICCA IL PULSANTE QUI SOTTO PER CONTINUARE LA LETTURA DELL'ARTICOLO
La lettera di Fiammetta Cappellini da Haiti arriva nella notte: nella desolazione di una città distrutta, piccoli segni di speranza indicano a tutti che la ricostruzione è possibile. Intanto si lavora negli accampamenti, tra bambini vessati dalle malattie e donne in gravidanza. 26 gennaio 2010, Port au Prince, Haiti In questi ultimi giorni sono successe tante cose, all'apparenza piccole in questa desolazione, tanto che mentre accadono non ti accorgi di quanto siano grandi. Sabato è arrivato un carico dalla Repubblica Dominicana (picconi, pale, carriole, lenzuola, coperte, ecc.), accompagnato dal nostro collega Edoardo Panunzio, da altri colleghi del Cesal (una Ong spagnola) e diversi amici dominicani e italiani. Incontrarlo è stata una bella emozione: erano giorni che non ci vedevamo, ma, soprattutto, l'ultima volta la città non era stata rasa al suolo. Anche per lui è stato uno shock, ha avuto bisogno di tempo per capire che tutto quel che stava vedendo era vero. Al campo di Place Fierte le persone sono aumentate: 1.800 contro le 800 che abbiamo contato all’inizio. Ora c’è un comitato di coordinamento. Un altro bel risultato di questi giorni è stato sistemare le ultime 66 mamme in gravidanza con un materasso sotto la tenda. L’ultima aggregazione di senzatetto che si è formata a Cité soleil non è ancora un campo, è un assembramento di persone che hanno perso tutto e si mettono insieme per far fronte all’oggi e iniziare a pensare al domani. A volte è sconfortante guardare sotto le tende. Almeno un bambino per famiglia è malato. Dissenteria, parassitosi, denutrizione. Le mamme lasciano i più piccini ai più grandicelli per fare ore di code e ricevere gli alimenti. Si fa tanta fatica a incentivare le persone ad aggregarsi nei campi, in modo da organizzarsi, stabilizzarsi, censirsi, poi però arrivano i "grandi distributori" e danno a chiunque, senza regola, anche a chi staziona ai lati delle strade.
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Oggi sono andata alla Messa solenne per S.Angela Merici, un pienone! Fiammetta con Avsi ad Haiti io qui a Brescia, due modi così diversi per dimostrare di esserci perchè Lui Gesù c'è.
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