Esteri
giovedì 28 gennaio 2010
A Port au Prince sono arrivati i medici, Chiara e Alberto, e quasi non si sa da dove cominciare tante sarebbero le cose da fare subito. Ma non si tratta solo di guarire malattie o sfamare persone: sarebbe paradossalmente più facile. La vera fatica è prendersi cura, far sentire alle persone, a cominciare dai bambini, «che qualcuno si occupa di te». Il diario della giornata di ieri di Fiammetta Cappellini, cooperante di Avsi ad Haiti.
27 gennaio 2010, Port au Prince, Haiti
Oggi sono arrivati i rinforzi! Alberta, già nostra collega, che va a dare man forte ai nostri colleghi al sud, a Les Cayes, per gli arrivi dei rifugiati, e Simone, che a Natale si era trasferito in Africa... e ha voluto tornare qui per 2 mesi, salutare amici feriti, ritrovare le persone che aveva lasciato e lavorare nel luogo in cui aveva faticosamente costruito molto.
Simone sapeva dialogare con la gente di Cité Soleil, e a tutti i livelli. Aveva seguito anche l’attivazione di attività artigianali, corsi di formazione che poi erano sfociati nell’avvio di una panetteria, di un laboratorio per sandali di gomma, orti urbani. Tanto lavoro spazzato via. Ma le persone sono rimaste, e su questo rapporto ripartiremo. La presenza di Simone sarà preziosissima. E anche quella di Alberta.
Ieri siamo stati con i medici, Chiara Mezzalira e Alberto Reggiori, al campo. Hanno fatto un sopralluogo, al momento non c’è uno spazio per un ambulatorio. Non c’è una tenda sotto la quale non ci sia un bambino con problemi di salute: dissenteria, parassiti, denutrizione, disidratazione. La situazione pregressa, già critica, peggiora in questa desolazione. I fratellini più grandi accudiscono i piccoli intanto che le mamme fanno interminabili file alla distribuzione del cibo.
Oggi un altro piccolo passo avanti: abbiamo montato una tenda che ci ha offerto (insieme ad altre 14) la Protezione civile italiana: uno spazio per i bambini! Un risultato piccolo ma importate per rendere più umano questo campo. Uno spazio in cui raccogliere i bambini, organizzare le attività educative e quel che serve per iniziare ad affrontare il trauma è un primo passo fondamentale.
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