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CILE/ Capuozzo (Tg5): quei minatori eroi ci raccontano il senso della vita

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«Comprensibilmente cambiato rispetto ai primi diciassette giorni, in cui non si sapeva se quegli uomini erano vivi o morti. C’era allora la volontà palpabile di non arrendersi al fatto che fossero scomparsi, inghiottiti dalla terra. Fino al 24 agosto, quando si è aperto un canale di comunicazione e quel messaggio, “estamos bien en el refugio, los 33” è stato il giro di boa di tutta questa storia».

 

Da allora è cominciato un viavai di lettere, cibo, medicine, audio e video...

 

«Ogni metro guadagnato dalla macchina è stato segnato da cambi di stati d’animo. Adesso c’è una grande gioia, ma mista all’apprensione delle famiglie di quelli che sono ancora sotto, la paura che ci possa essere un qualsiasi imprevisto a guastare la festa. La realtà è che fino a quando l’ultimo non sarà fuori, non si potrà dire che questa storia è finita».

 

Ancora quel minatore, una volta fuori, ha chiesto che lui e i suoi non venissero trattati come “artisti ma come lavoratori, come minatori”.

 

«È il presentimento che aver salva la vita li mette di fronte a un cambiamento che potrebbe essere traumatico: le loro interviste valgono un sacco di soldi, ci sarà un libro collettivo, sulla loro storia saranno scritti non so quanti libri, si preparano documentari. Sono tante le cose che cambiano la vita di prima: Bobby Charlton per esempio, che aveva un papà minatore, li ha invitati a vedere la prima partita del Manchester United... mi sbaglierò, ma queste sono persone particolari: solide, forti, concrete come il lavoro che fanno. Il fatto che uno abbia detto subito così, fa capire che vogliono restare coi piedi per terra».

 

Nella sua vita di cronista ha mai visto qualcosa di simile?

 

Continua

 

 



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COMMENTI
14/10/2010 - Che uomini! (claudia mazzola)

Per me dobbiamo imparare tanto da questi qui ora, ho seguito questa vicenda col cuore in mano e mi sono guardata dentro, ho abbassato lo sguardo e ringrazio Gesù di questo insegnamento.