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IL CASO/ L'indifferenza che mette le pietre in mano ai ragazzi palestinesi

Pubblicazione:giovedì 14 ottobre 2010

bambini_palestinesi_R400.jpg (Foto)

 

A qualche centinaia di metri la cronaca si ripete. A Sheik Jarrah la famiglia al-Kurd ha dovuto fare le valige: scaduto il contratto, subentrano i coloni ebrei carichi di soldi, che hanno il profumo dei dollari americani. E con la famiglia al-Kurd, altre famiglie palestinesi. E proprio lì, a Sheik Jarrah, gli avvocati dei coloni portano carte dove c’è scritto che lì decenni prima c’erano degli ebrei. I pacifisti israeliani con lo scrittore Grossman in testa, ogni sabato, vanno a protestare contro i coloni e con quella che loro definiscono la pulizia etnica portata avanti dai coloni.

 

La Corte di Gerusalemme, però, dà ora ragione ai coloni. Cosa dovranno pensare i bambini palestinesi di Sheik Jarrah o di Silwan, che stanno a guardare, dall’alto di una collinetta, i pacifisti israeliani e la polizia che li sorveglia: che i buoni vengono sconfitti e che per loro verrà molto presto il tempo di fare le valigie, ed in quel momento non ci sarà neppure un fotografo o un signore con la telecamera a riprendere.

 

E poi c’è la storia del venerdì. Ormai, quasi tutte le settimane, gli uomini palestinesi devono avere più di cinquant’anni per salire alla spianata delle moschee. Ragioni di sicurezza dice la polizia. Qualche anno fa si fermavamo a 35, poi 40, quindi 45, oggi 50. La mamma o la sorella, perché donne, possono passare. Che penserà quel bambino palestinese di Gerusalemme: io sto con mio padre che prega in strada.

 

Al soldato israeliano che chiede “dove vai?” a mio figlio che ha undici anni, solo perché lo ha sentito parlare arabo e non in italiano, cosa io, padre, dovrei chiedere. Tutti i bambini arabi, ti hanno insegnato alla scuola militare, sono forse pericolosi?

 

Sì, credo sia la nostra indifferenza la causa della rabbia che esplode nei bambini. Quella rabbia che fa intuire l’incertezza del vivere e l’ineguaglianza, la paura e l’angoscia per il destino della propria famiglia. Chi se ne farà carico? Rosenfeld, a modo suo, lo ha fatto: li ha chiamati babygangster e non terroristi. A Roma e a Milano potremmo fare molto di più.



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