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LA STORIA/ Quando un albero da frutto mette insieme musulmani e cristiani

Pubblicazione:giovedì 14 ottobre 2010

avsi_peschi_libanoR400.jpg (Foto)

Ma il problema non è solo libanese e va letto in chiave regionale all’interno del Mediterraneo perché può rappresentare un serio rischio qualora si diffonda altrove. Nel caso del Libano, la questione è tanto semplice quanto drammatica: il fitoplasma (Candidatus Phytoplasma phoenicium) viene trasmesso da un albero infetto ad un albero sano per mezzo di alcune specie di insetti e non sono possibili trattamenti chimici contro questo patogeno, perciò l’unica soluzione per arginare la sua diffusione, dal momento che i vettori sono, per ora, ancora sconosciuti, è l’eradicazione delle piante infette. Dai paesi vicini, gli scienziati internazionali di Iran, Siria, Egitto e Turchia sono molto chiari: “nonostante si manifesti in forme diverse, il problema esiste anche da noi. È quindi fondamentale un lavoro di network”.

Nel corso della storia, il bacino del Mediterraneo è stato il palcoscenico dello sviluppo agricolo di importanti civiltà che hanno saputo sfruttare la biodiversità originaria di queste regioni divenendo culla di culture, storia e tradizioni. “… Ricco della sua diversità il popolo libanese ama profondamente la sua terra, la sua cultura, le sue tradizioni, sempre rimanendo fedele alla sua vocazione di apertura universale. La storia millenaria di questo Paese, come la sua posizione al cuore di un contesto regionale complesso, gli dà per missione fondamentale di contribuire alla pace e alla concordia con tutti”.  Affermava Benedetto XVI  il 17 novembre 2008 all’insediamento del nuovo ambasciatore libanese presso la Santa Sede.

“Collocato nell’Expo2015 questo programma – afferma Claudia Sorlini, preside della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano e ricercatrice del comitato tecnico dell’Expo – va proposto come modello di intervento su scala mondiale per le urgenze e di ricerca per la prevenzione.” Ma bisogna anche andare “oltre agli sforzi tecnici” sottolinea Salah Hajj Hassan, portavoce del Ministero dell’Agricoltura del Libano, raccontando un metodo di lavoro unico e alquanto raro.

“Con questo lavoro è nata infatti una collaborazione virtuosa che ha aperto un dialogo importante – evidenzia Alberto  Piatti, Segretario Generale della Fondazione AVSI – Abbiamo portato la ricerca a dialogare direttamente con gli agricoltori. Partendo da un programma agricolo ci si è presi cura della persona e della comunità che vive attorno al problema specifico. Curando le piante si sono conosciuti gli agricoltori e le loro famiglie e, con loro, la realtà nella quale vivono. Molto spesso frammentata e a volte delicata e difficile. “Insieme sono stati messi in campo saperi e tecnicità per affrontare i problemi. Un’occasione di dialogo per una convivenza possibile.” Conclude Marina. E’ iniziata una modalità nuova di sistema tra i Paesi per le persone che potrebbe diventare politica degli Stati. Un nuovo network di ricerca scientifica e sviluppo.



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