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DIARIO HAITI/ Dopo il terremoto, il colera. Fiammetta: "qui è come una città assediata"

Pubblicazione:lunedì 25 ottobre 2010

haiti_bimbo_infermieraR400.jpg (Foto)

Di nuovo siamo in emergenza. Abbraccio rapida l’amico mentre le macchine e i rispettivi autisti già ci aspettano sul piazzale col motore acceso. “Abbi cura di te, se puoi, fai attenzione”, le solite raccomandazioni. Sappiamo che non ci rivedremo per settimane, almeno finché la crisi sarà passata, e non sappiamo quante ferite lascerà in ciascuno. Ma sappiamo anche che il peggio non è per noi, non sarà per noi. La città è una polveriera e il colera è una bomba a orologeria.

Nel pomeriggio finalmente esce il comunicato stampa del ministero. È ufficiale, è colera. Il silenzio è rotto, ora si può parlarne, si può agire. Cominciamo con le scorte di antibiotici, poi con le casse di acqua, poi le taniche, poi il cloro, è una lotta contro il tempo, svuotare magazzini, contare, prevedere, moltiplicare.

Poche istruzioni chiare, nella prima riunione logistica ci dividiamo i compiti: le infermiere ai posti di depistaggio a bordo campo, i logisti a montare le tende per l’isolamento, tutti gli altri a volantinare. A me toccano le riunioni. OMS, poi ministero della Salute, cluster acqua, cellula di crisi. Affiggo la mappa coi siti sanitari di isolamento, guardo sulla carta la strada che scende da St. Marc verso la capitale, strada da cui arriverà il contagio. Perche arriverà, ormai è chiaro che arriverà. È solo questione di ore.

I ragazzi sono rientrati dal terreno, le facce serie. Non serve dire nulla, hanno già capito. Ci aspettano tempi duri. Ricevo le prime telefonate di amici: partono, hanno figli piccoli, non vale la pena rischiare. Hanno ragione. Ci salutiamo per telefono: arrivederci a gennaio... L’équipe Avsi invece è granitica, nessun tentennamento, restiamo tutti. Solo Laura anticipa la partenza: dovrebbe rientrare comunque a fine mese e non vale la pena rischiare di restare bloccati qui.


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