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TAREQ AZIZ/ Mario Mauro: dietro la pena di morte un nuovo regime “alla Saddam”

Pubblicazione:venerdì 29 ottobre 2010

tareqaziz2R400.jpg (Foto)

Desta non poca preoccupazione la sentenza dell’Alta Corte Penale di Baghdad, che martedì scorso ha condannato all’impiccagione Tareq Aziz, dal 1983 al 1991 Ministro degli Esteri e dal 1979 al 2003 Vice-primo Ministro dell'Iraq nonché consigliere personale di Saddam Hussein. Tutto il mondo ha sempre riconosciuto a Tareq Aziz di essere stato l’unico punto d’incontro e l’unico effettivo interlocutore moderato di cui poteva disporre il mondo occidentale nel tentativo di rapportarsi al sanguinario regime di Saddam Hussein.


Nonostante l’unico dato certo sia il fatto che Aziz non abbia mai preso parte ad alcuna decisione del regime che comportasse l’uccisione di qualcuno, credo non serva a nulla addentrarsi nel merito della condanna e affrontare le motivazioni addotte dalla Corte. E’ utile cercare di capire perché condannare a morte Tareq Aziz costituisce un fatto immensamente sbagliato, per il quale occorre una forte presa di coscienza da parte del Governo di Baghdad.


Paradossalmente, se la sentenza dovesse essere eseguita, l’esecutivo iracheno sarà l’unico attore politico che ne subirà davvero le conseguenze. Se l’impiccagione di Saddam Hussein, avvenuta il 30 dicembre 2006, aveva tutt’altro che giovato alla credibilità del giovane Governo post-regime, la condanna a morte di Aziz rischia di rendere ancora più evidente come, l’uso della violenza nei confronti di gerarchi del passato, nasconda in realtà una profonda debolezza istituzionale. La pena di morte è insomma un boomerang.


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