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MEETING CAIRO/ Farag (volontario): ha ridato una speranza a chi non aspetta più nulla

TAREK IBRAHIM FARAG spiega in cosa consiste per l'Egitto l'unica speranza di cambiamento, prevalentemente ostacolato dalla religione

ilcairoR400(1).jpg (Foto)

Da una parte le profonde speranze suscitate in chi ha partecipato a un evento unico, dall’altra la consapevolezza delle difficoltà che continuano a ostacolare un reale cambiamento del Paese in assoluto più popoloso tra quelli che si affacciano sul Mediterraneo. Prima fra tutte, la mancanza di separazione tra religione e politica. E’ lo spaccato del Meeting del Cairo che emerge dalle parole di Tarek Ibrahim Farag, cattolico e residente ad Alessandria d’Egitto, intervenuto venerdì mattina all’Opera Hall come relatore per raccontare la sua esperienza di volontario al Meeting di Rimini.

Signor Farag, che cosa si aspettano i 200 giovani che hanno partecipato al Meeting del Cairo come volontari?

Ciascuno di loro è animato dalla speranza di rendere la società egiziana più libera. Ma, mi dispiace doverlo dire, non si aspettano proprio nulla, non almeno in questa vita o quanto meno oggi come oggi.

Che cosa intende dire?

Questo Meeting è una speranza perché ci dà la possibilità di incontrare nuove persone e di tornare a organizzarlo tra un anno, qui o da un’altra parte. Ma le persone che hanno partecipato al Meeting del Cairo sono solo una piccola parte dei 77 milioni di egiziani, e con l’evento si conclude in qualche modo anche il suo oggetto.

Quali sono le difficoltà a produrre un cambiamento nella vita di tutti i giorni?