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Esteri

IL FATTO/ India, dove i cristiani riescono a convivere con indù e musulmani

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In primo luogo i Salesiani, presenti in tutte le principali città del Paese. Al punto che uno dei nomi propri più diffusi tra i cattolici indiani è Bosco, dal cognome di San Giovanni Bosco. E oltre alle scuole vere e proprie, i Salesiani sono molto attivi anche con offerte educative di carattere informale. Per esempio si recano ogni giorno negli slum (i quartieri poveri, Ndr) di  Mumbai per tenere corsi di inglese, di informatica, di artigianato ad adolescenti e giovani madri, offrendo così loro la possibilità di trovare un lavoro dignitoso. I Francescani vanno a insegnare nei villaggi, soprattutto nella zona di Kochi. Ma esistono anche dei centri di ricerca cattolici molto avanzati come quello di Kottayam, nel sud Kerala, dedicato alla lingua aramaica e alla tradizione siriaca, frequentato dagli esperti di tutto il mondo.

 

I cristiani in India sono una minoranza. Come vivono questa loro condizione?

 

Sono una minoranza davvero dinamica, la cui fede è vissuta in modo molto intenso. E in questo modo influenzano l’intera società con le loro attività , facendo intravedere la possibilità di un riscatto sociale per le persone più povere.

 

Le conversioni da altre religioni al cristianesimo sono consentite e praticate?

 

Nessuno le impedisce e in molti, soprattutto i dalit, si convertono al cristianesimo. Ma ci sono anche uomini e donne provenienti da famiglie induiste benestanti che scelgono di abbracciare la fede in Gesù in seguito a una ricerca personale. Nel mio documentario ho intervistato alcune di queste persone, che mi hanno raccontato il loro percorso. Più in generale però quello delle conversioni è un fenomeno di ampia scala che tocca questioni come lo sviluppo della società, l’emancipazione e la possibilità di uscire dalle caste.

 

 

La Chiesa indiana è anche missionaria?