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PERSECUZIONI/ Sbai: ecco perché il premier Al Maliki non protegge i cristiani iracheni

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Il concetto di cittadinanza per come lo intendiamo oggi, figlio del progresso del diritto positivo europeo, non viene riconosciuto nel sistema giuridico islamico che si basa su una certa dicotomia operata seguendo il criterio del credo religioso, attraverso la Shari'a. Ciò ha prodotto la gemmazione di società di stampo teocratico per le quali i diritti umani passano spesso in secondo piano e dove spesso la legge per alcuni appare più uguale... Non è errato allora considerare che venga operata una discriminazione che, partendo dalla sfera religiosa, si rifletta in tutti gli ambiti della vita pubblica e sociale.

Per i Paesi del Medio Oriente, riconoscere pari dignità a tutti i propri cittadini, compresi cristiani ed ebrei, significa non solo allinearsi alla società dei diritti - e, aggiungerei, dei doveri - universali, ma imboccare la via di quel principio di laicità positiva che auspichiamo per favorire lo sviluppo umano, intellettuali e civile dei Paesi Arabo-musulmani e che il Marocco, nelle ultime dichiarazioni del Re Mohammed VI in visita a Londra, ha già fatto proprio. Ed è assolutamente paradossale il fatto che sotto il regime di Saddam Hussein, i cristiani fossero salvaguardati, mentre con lo sciita Maliki stiano insorgendo questi gravi disordini. Chiediamoci: come mai?

Si badi bene: ciò non vuol dire dovere rinunciare al proprio sistema etico-morale, ma riconoscere l'essenziale principio di pluralismo che contraddistingue il vero spirito della democrazia su cui tutti moderni Stati Nazione si fondano. Ammettere l'esistenza e la legittimità del diverso, dell'altro da sé, può allora, sì, risultare elemento di insostituibile ricchezza e partecipazione civile. In Occidente, come in Medio Oriente. Affinché i musulmani comprendano che alla richiesta di diritti debba corrispondere non solo l'adempimento di speculari doveri, ma la concessione degli stessi diritti anche a chi è diverso da loro.

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