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IRAQ/ Gheddo: ecco perché la sfida all’odio anticristiano riguarda anche l’occidente

Pubblicazione:martedì 2 novembre 2010

Il patriarca caldeo Emmanuel III Delly in visita sul luogo della strage (Ansa) Il patriarca caldeo Emmanuel III Delly in visita sul luogo della strage (Ansa)

«Il venir meno di una presenza diversa da quella puramente islamica: un confronto, un dialogo e con esso l’ultima possibilità di aprirsi all’occidente. Teniamo presente che i cristiani che se ne vano dall’Iraq difficilmente vanno in un altro paese del Medio oriente, in Afghanistan, o in Malesia. No, scappano in occidente, in Europa, Nordamerica, Sudamerica o Australia. Mancando una presenza cristiana così diversa, ma anche rappresentante il mondo moderno, l’islam perde un termine di paragone e rischia di scivolare nell’estremismo. Ecco perché la scomparsa dei fedeli da un paese di grande tradizione cristiana come l’Iraq, con un assetto istituzionale non consolidato, potrebbe avere effetti disastrosi».

 

Lei cosa può dire del rapporto tra cristiani e musulmani in base alla sua personale esperienza del Medio oriente?

 

«Ho sempre avuto conferme dell’apertura verso i cristiani da parte della gente comune, sotto forma di stima e disponibilità al dialogo. Il problema è quando ci si sposta dal popolo alle élites politiche e religiose: allora lì si scopre un’avversità fortissima. Sono convinte che l’occidente è all’origine della diminuzione di potenza dell’islam. E questo inevitabilmente radicalizza lo scontro».

 

Quali indicazioni emergono dal lavoro che ha fatto il sinodo appena concluso?

 

«Ho letto e condiviso quanto affermato dal card. Antonios Naguib (Patriarca di Alessandria dei copti e relatore al sinodo, ndr) anche in un’intervista al sussidiario, quando parla di metodo della presenza. Le chiese cristiane devono cercare la comunione per testimoniare una novità di vita. La presenza non può ridursi a mera definizione di spazi di azione politica, perché rischierebbe anch’essa di venire interpretata solo politicamente: come hanno dimostrato le polemiche e le accuse di parte israeliana a conclusione del sinodo».

 

Che cosa possono testimoniare, in concreto, i cristiani?

 

«Le porto un esempio. Nel 1982, in Pakistan, ebbi modo di visitare la maggioranza delle diocesi di quel Paese. Capitai in un villaggio di 8 o 9mila abitanti, in pieno territorio musulmano. Una sorta di “isola” cristiana, che però era frequentata da tutti, e i musulmani in primis intrattenevano con quegli abitanti rapporti pacifici. Questo villaggio, mi diceva il parroco, per i musulmani è una continua domanda: vengono qui, ne discutono, vedono come sono trattate le donne... insomma, li lasciava perplessi. Nel frattempo però intrattenevano relazioni, e senza ostilità. Lo stesso mi è capitato in Libia».

 

 

Nella Libia del colonnello Gheddafi?


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