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LA STORIA/ I 50 anni dell’ospedale di St Joseph’s: con 50mila assistiti, un miracolo in Uganda

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Salvata ogni giorno - Nell’86 il tasso di sieropositivi in Uganda raggiunge il 21%. Da poco si era scoperto che l’allora definita slim disease era una malattia che si trasmetteva principalmente attraverso rapporti sessuali. Finalmente si dà un nome a tutte quelle morti apparentemente provocate da disturbi non letali. Ma l’AIDS non è curabile. Si possono solo curare le infezioni provocate dal virus che causa un forte abbattimento delle difese immunitarie. Il forte pregiudizio nei confronti dei malati di AIDS, che si riteneva avessero contratto il virus come punizione divina per aver commesso particolari peccati, impedisce a molti di recarsi in ospedale per farsi curare. C’è addirittura chi preferisce morire piuttosto che farsi curare. Come Rufina. Rufina arriva al St Joseph’s (dove aveva lavorato come infermiera) accompagnata da Padre Poppi, dopo aver ingoiato 23 pastiglie di Clorochina. Sperava che una morte immediata le avrebbe risparmiato le sofferenze della malattia, ereditata da un marito sieropositivo e infedele. Invece le permette l’incontro con il Meeting Point, un gruppo di amici che visitano a casa i malati di AIDS offrendo consigli medici e sanitari, qualche antidolorifico e, soprattutto, tanto conforto. Rufina vuole subito farne parte. “Avevo imparato dalle suore del St Joseph’s a prendermi cura del paziente guardandolo come persona, prima che come malato”, racconta. “Quando ho visto quello sguardo su di me, non ho potuto fare a meno di volerlo offrire a tutti quelli che stavano affrontando le mie stesse pene”.

Castelli medievali - L’ospedale St Joseph’s, insieme all’ospedale Lacor di Gulu e all’ospedale Ambrosoli di Kalongo, rappresentano le tre “eccellenze” del Nord Uganda: legati alla presenza di missionari, coprono tutto il territorio dell’Acholiland, da sempre collaborando tra loro. Sono un punto di riferimento per la salute della popolazione acholi, soprattutto durante gli anni di conflitto, durante i quali l'ospedale, a differenza di quelli governativi, non ha mai smesso di fornire assistenza sanitaria. “Questi luoghi sono come dei castelli medievali”, sottolinea Filippo Ciantia. Grazie anche al sostegno di AVSI. La fondazione, fin dai primi anni Ottanta, ha garantito la presenza di medici espatriati e un sostegno in termini di medicinali, attrezzature mediche, corsi di formazione per il personale, riuscendo a coprire, per il St Joseph’s, il 40% delle spese. “Il St Joseph’s  è saldo, perché attaccato alla roccia”, commenta Vito Schimera, medico durante gli anni Novanta. “Lo si vede nella dedizione del suo staff, che, anche con uno stipendio irrisorio - e inferiore rispetto a quello statale - anche nel momento più drammatico è sempre disponibile. Perché chi lavora al St Joseph’s, in qualche modo gli appartiene. E, quando appartieni a qualcosa, lavori con gusto”.

Sussidiarietà a Kitgum - A Kitgum ci sono due ospedali: quello governativo e l’ospedale missionario St Joseph’s. “Quando nel 1977 arrivai a Kitgum, trovai in atto una collaborazione dell’ospedale governativo con il St Joseph’s”, racconta Ivone Rizzo, medico in Uganda durante gli anni Settanta. “Visto che l’ospedale governativo non aveva il reparto di pediatria, i bambini che si rivolgevano al governativo venivano riferiti e curati gratuitamente al St Joseph’s, dove invece la pediatria c’era. L’accordo era che l’ospedale missionario non avrebbe fatto pagare nessuna tariffa per i bambini ammessi in pediatria dal governativo che, da parte sua, avrebbe procurato gratuitamente per la pediatria del St Joseph’s i farmaci necessari. Per il governativo, però, era sempre una lotta ottenere dal Ministero della Sanità i farmaci anche per la pediatria del St Joseph’s. All’ospedale missionario, d’altra parte, la dott.sa Chiara Mezzalira lottava ogni giorno, insieme alle suore, per riuscire a coprire le spese con le magre entrate. La collaborazione tra i due ospedali continuò per quattro anni, fino a quando le risorse governative crollarono e i servizi statali rimasero senza medicine.  È stata la mia prima esperienza di sussidiarietà nell’erogazione dei servizi sanitari, a Kitgum, alla fine degli anni Settanta”.